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Tutte le storie delle trenta vittime innocenti di mafia in Capitanata

Il 21 marzo l’Italia ricorda tutte le vittime innocenti di mafia. Un lungo elenco che, da nord a sud, certifica ogni anno la violenza e la spietatezza delle organizzazioni criminali nel Paese.

L’idea di un elenco pubblico che ricordi tutte le vittime incolpevoli è di Libera, nomi e numeri contro la mafia, che ad oggi sono 1023, trentuno delle quali in provincia di Foggi.

Si tratta di cittadini innocenti che hanno subito il ricatto mortale delle mafie: sono semplici passanti nel momenti sbagliato, lavoratori, giornalisti, imprenditori, extracomunitari schiavizzati i nomi che compaiono nell’elenco diffuso da don Luigi Ciotti.

Oggi la commemorazione delle vittime di mafia, a causa delle misure di sicurezza dovute al contenimento del contagio da Coronavirus, si fa social. 

“Il 21 marzo – commenta don Luigi Ciotti, presidente di Libera – è una data segnata nelle coscienze prima che nei calendari. Sia anche quest’anno – nonostante tutto e per tutti noi – occasione di riflessione, di responsabilità e di impegno”.

“Con questa iniziativa Libera ricorda i 1.023 nomi di vittime innocenti delle mafie, semplici cittadini, magistrati, giornalisti, appartenenti alle forze dell’ordine, sacerdoti, imprenditori, sindacalisti, esponenti politici e amministratori locali morti per mano delle mafie solo perché, con rigore, hanno compiuto il loro dovere”, ricordano i promotori dell’iniziativa”, ha detto a Rainews.

Incoronata Sollazzo e Maria Incoronata Ramella: braccianti agricole, morirono in un incidente stradale il 24 aprile del 1998 a Cerignola, in provincia di Foggia.

Viaggiavano su un furgone dei caporali stipato di lavoratori. Vent’anni fa gli schiavi erano autoctoni e non c’era bisogno di fare traversate intercontinetali, come succede oggi, per finire nelle mani di schiavisti nelle terre del Basso Tavoliere.

Hyso Telharaj aveva solo 22 anni quando è stato ucciso a Borgo Incoronata, una frazione di Foggia. Il giovane albanese era venuto in Italia per cercare lavoro. Hyso lavorava la terra. Era un bracciante agricolo che raccoglieva i frutti della terra tra Foggia e Cerignola.

Hyso si svegliava ogni giorno che era ancora buio e lavorava senza sosta fino al tramonto, raccogliendo la frutta. I pochi soldi che guadagnava gli erano necessari per campare e per aiutare la famiglia.

La sua voglia di costruirsi un futuro si è scontrata con le organizzazioni criminali che regolano il lavoro degli stagionali e dei migranti. Non è stato ucciso dalla malattia o piegato dalla fatica come accade a tanti braccianti agricoli: Hyso è stato ucciso dai caporali perché non ha ceduto al loro ricatto.

Era l’8 settembre del 1999. Non aveva piegato la testa e si era ribellato alla logica spietata dei caporali di Capitanata. La sua ribellione è stata punita per dare l’esempio a tutti, a chi magari voleva sfuggire alle costrizioni dei caporali.

Nicola Ciuffreda: Era uno dei più grossi imprenditori edili, Nicola Ciuffreda di 53 anni, freddato nel suo cantiere in via Eugenio Masi a Foggia. Ad aggredirlo due giovani in motoretta: dopo averlo individuato vicino ad un gruppo di operai, gli hanno scaricato addosso una decina di pallottole.

Le condizioni del Ciuffreda sono subito apparse disperate: i proiettili lo avevano raggiunto alla testa, al collo, al torace, all’ addome e alle gambe. Nulla hanno potuto fare i sanitari del pronto soccorso degli Ospedali riuniti. Nicola Ciuffreda è il primo imprenditore edile foggiano a rimetterci la vita. Non aveva subito il ricatto della mafia foggiana che pretendeva la “solita” tangente di due miliardi.

Francesco Marcone venne assassinato intorno alle 19.10 del 31 marzo 1995 nel portone di casa di rientro dal lavoro. Era direttore dell’ufficio del Registro di Foggia, cittadino dedito al suo territorio, all’onestà, alla giustizia, alla verità.

Nel rispetto del ruolo che ricopriva e per rispetto della verità, il 22 marzo aveva inviato un esposto alla Procura della Repubblica contro alcune truffe perpetrate da ignoti falsi mediatori che garantivano, dietro pagamento, il rapido disbrigo di pratiche riguardanti lo stesso ufficio.

Da dieci anni di inchieste a singhiozzi l’unica cosa che emerge con chiarezza è che Francesco Marcone si era imbattuto e soffermato su pratiche miliardarie, su interessi di vari esponenti della città collegati con interessi della mafia locale.

Dalle carte processuali del caso Marcone, emerge inoltre che il magistrato Lucia Navazio scriveva, nero su bianco, che la “parte sana” della città non volle collaborare.

Giovanni Panunzio era un costruttore foggiano, 51 anni, fu ucciso mentre rincasava, dopo aver assistito al consiglio comunale il 6 novembre 1992. Sulla sua “Y 10” percorreva via Napoli quando i killer sono entrati in azione, sparando quattro, forse più colpi di pistola.

L’imprenditore, colpito alle spalle, al polso sinistro si accasciò sul volante. Due persone lo trasportarono al vicino nosocomio, una corsa contro il tempo inutile. Il costruttore aveva una vigilanza saltuaria, da quando con le sue denunce aveva portato all’arresto di 14 mafiosi.

Ennio Petrosino, 33 anni, e sua moglie Rosa Zaza, 31 anni, vivevano in una villetta al piano terra nel parco De Luca a Pozzuoli. Lavoravano insieme nello stesso edificio, in uno studio di ragioneria del Centro Direzionale di Napoli. Sposi novelli, tornavano dalle vacanze passate in Croazia.

Il 25 agosto del 1999, sbarcati a Bari alle 22, hanno imboccato l’autostrada sulla loro Suzuki. Sono stati travolti e uccisi da una macchina di contrabbandieri che, invertendo il proprio senso di marcia a fari spenti, ha attraversato uno dei tanti varchi aperti dell’autostrada Bari-Napoli all’altezza di Candela.

Matteo Di Candia. Pensionato, fu assassinato con diversi colpi di arma da fuoco il 21 settembre del 1999 a Foggia. Stava festeggiando il suo onomastico quando, nel corso di un agguato contro un criminale locale, si è trovato nella traiettoria dei proiettili.

Stella Costa, 12 anni. Si è lanciata dall’altra parte del marciapiede per salutare una delle sue amiche che stava rincasando e si è trovata sulla traiettoria dei proiettili.

Sei, di calibro nove, sparati da un giovane sui vent’anni che ha estratto la pistola e ha fatto fuoco contro due ragazzi in motorino. Non li ha colpiti, i due sono fuggiti, la bambina, invece, si è accasciata a terra, raggiunta al petto.

Carmela e Romano Fasanella e Domenico De Nittis. Il 24 luglio del 2007 uno spaventoso incendio devastò parte della pineta nel territorio di Peschici, in provincia di Foggia. Le fiamme danneggiarono anche molti edifici del centro abitato.

Nel rogo persero la vita tre persone: Romano Fasanella, 81 anni, Carmela Fasanella, 71 anni e nei giorni successivi, per le ferite riportare Domenico De Nittis. L’incendio era di origine dolosa.

Luigi e Aurelio Luciani sono due fratelli, lavorano come contadini. Una mattina come le altre, sveglia all’alba per raggiungere i campi. Non lo sanno che sono le ultime ore, perché saranno testimoni consapevoli (si, consapevoli perché hanno tentato di fuggire all’orrore a cui hanno assistito) di un agguato in piena regola.

Un commando di 4 o 5 uomini raggiunge l’auto in cui viaggia il boss Mario Romito e suo cognato. Freddati da una pioggia di proiettili. Capiscono il pericolo, forse riconoscono anche qualcuno e tentano la fuga. Vengono inseguiti e uccisi senza nessuna pietà.

Aladjie Ceesay (23), Ali Dembele (30 anni), Moussa Kande (27), Amadou Balde (20). Quattro braccianti a bordo di un pulmino sono morti nell’impatto con un tir carico di pomodori, sulla strada provinciale 105 tra Ascoli Satriano e Castelluccio dei Sauri.

A loro si aggiungono quattro feriti, sempre migranti, ricoverati in gravi condizioni in ospedale. I quattro braccianti Amadou Balde (Guinea Bissau) aveva 20 anni; Aladjie Ceesay (Gambia) 23; Moussa Kande (Guinea Bissau) 27; Ali Dembele (Mali), il più vecchio, 30 al bordo del furgone tornavano dalle campagne dove avevano raccolto i pomodori sin dalle prime luci dell’alba. Dopo una giornata nei campi a spaccarsi la schiena, hanno così trovato crudelmente la morte.

Ai soccorritori giunti sul posto si è presentata una scena davvero impressionante, con il carico di pomodori completamente riversato sull’asfalto, il furgone ridotto a un ammasso di lamiere e i cadaveri dilaniati al suo interno.

Lhassan Goultaine (Marocco, 39 anni), Anane Kwase (Ghana, 34 anni), Mousse Toure (Mali, 21 anni), Lahcen Haddouch (Marocco, 41 anni), Awuku Joseph (Ghana, 24 anni), Ebere Ujunwa (Nigeria, 21 anni), Bafoudi Camarra (Guinea, 22 anni), Alagie Ceesay (Gambia, 24 anni), Alasanna Darboe (Gambia, 28 anni), Eric Kwarteng (Ghana, 32 anni), Romanus Mbeke (Nigeria, 28 anni) e Djoumana Djire (Mali, 36 anni).

Un’estate di sangue. Incidenti e stragi di braccianti. Lunedì 6 agosto: 12 braccianti immigrati sono morti, dopo una dura giornata di lavoro nelle campagne pugliesi.

Erano in 14, probabilmente viaggiavano in piedi, stipati in un furgoncino con targa bulgara che poteva trasportare al massimo otto persone e che si è capovolto sull’asfalto dopo lo schianto: una scena apocalittica, con i corpi straziati tra le lamiere.

«Le condizioni di trasporto, i soldi trovati addosso al conducente, e una serie di elementi tra cui le dichiarazioni dei due braccianti sopravvissuti che hanno detto quante ore lavoravano e quanto erano pagati – spiega il procuratore di Foggia, Ludovico Vaccaro – rimandano a condizioni di caporalato e sfruttamento, e vogliamo verificare se ci sia stato questo fenomeno».

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