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Si spegne Michele, un giovane senzatetto. Fratelli della Stazione: “Siamo tutti colpevoli”

E' morto nell'indifferenza il 40enne di nome Michele

La morte di Michele che deve scuotere la comunità

Un ragazzo di 40 anni, un senza fissa dimora, è morto perché si è lasciato inghiottire dalla vita di strada, si è spento tra fiumi di alcol ai quali chiedeva di dargli attimi di serenità, di pace, di lievità. Perché come ha detto qualche giorno prima di morire «sono trent’anni che mi prendono per il culo. Che faccio questa vita di merda». Una vita sgualcita, che ha percorso con fatica quell’immaginario binario zero che fiancheggia la stazione di Foggia. Non lo abbiamo salvato. Abbiamo fallito. Tutti. Scusaci Michele. Conoscevamo bene Michele. Lo conoscevamo perché da diversi anni viveva nei pressi della stazione di Foggia, dove come associazione prestiamo servizio la sera portando latte e caldo e biscotti, ma soprattutto un po’ di conforto, ai senza fissa dimora che per i motivi più diversi sono finiti in strada. Per questo vogliamo ricordarlo e per questo continueremo a ricordarlo cercando di restituirgli un minimo di dignità.

SI POTEVA SALVARE. Non è il primo senza dimora a morire a causa delle difficili condizioni dettate dalla durissima legge della strada, della povertà, del degrado. In passato, ci sono state altre vittime, altri clochard che hanno perso la vita per via del freddo o dei disagi legati al pesante stato di emarginazione. Ma questa volta è diverso. Perché Michele si poteva salvare. Bastava poco. Bastava che uscisse fuori un’adeguata struttura di accoglienza per chi – come Michele – aveva problemi di deambulazione. Bastava il Piano di Emergenza Freddo che il Comune di Foggia anche questo inverno non ha attivato. Bastava che fosse attivata una piccola rete di servizi istituzionali (anche il Pronto Intervento Sociale è fermo dallo scorso mese di maggio). Invece, tutto si è retto ancora una volta sulle spalle dei volontari (Fratelli della Stazione, Madonna della Croce, Comunità di Sant’Egidio di Pescara) e sulla loro limitatissima capacità di azione, di intervenire in soccorso dei senza fissa dimora in modo strutturato, continuo e quotidiano.

DAL CARCERE ALLA MORTE. Michele era uscito dal carcere di Turi da una settimana. Aveva finito di scontare un reato che in realtà non aveva mai commesso, ma che ha dovuto saldare con la società come sacrificio inevitabile per chi vive in povertà, per chi a volte decide di giocarsi la vita, la dignità e la propria fedina penale in cambio di pochissimi spiccioli. Michele è tornato subito in strada, in stazione, rincorrendo le bottiglie di alcool, recuperando le bevute che gli sono state negate durante l’anno trascorso in cella. Ha preferito riprendere la sua vita da dove si era interrotta, dal bere, anziché accettare un riparo sicuro per la notte come quello allestito nella parrocchia di Sant’Alfonso de’ Liguori. Michele camminava con fatica, deambulava con evidenti difficoltà e la distanza del dormitorio di Sant’Alfonso dal centro della città ha segnato la sua decisione finale e forse anche la sua vita. Ma non c’erano altre strutture, perché anche quelle della Caritas erano colme di persone. Ed ovviamente, mancano strutture di emergenza attivate dall’Amministrazione Comunale. Nessuno è riuscito a convincere Michele. Nessuno. E così, nel giro di pochi giorni dalla ritrovata libertà, Michele si è sentito male. E’ stato ricoverato nel reparto di Gastroenterologia degli Ospedali Riuniti di Foggia. Non è servito. Perché Michele è morto dopo pochi giorni.

TUTTI COLPEVOLI. La colpa è di tutti. A partire da noi, dalla nostra associazione, dalla nostra incapacità di intervenire prontamente per offrire risposte sicure e certe a chi – anche senza volerlo e saperlo – ce lo chiede. La colpa è della nostra comunità che vede nei poveri le terribili minacce da cui difendersi e contrapporsi, pretesto ideale per invocare il famigerato decoro urbano e per ripulire il marciume umano che si addensa nelle nostre strade. La colpa è dell’indifferenza con cui l’Amministrazione Comunale di Foggia affronta il periodo invernale, dimenticandosi ogni anno di programmare un Piano di Emergenza Freddo adeguato alle reali necessità del nostro territorio in tema di povertà. Lo sappiamo, ne siamo certi. Quella di Michele non sarà l’ultima morte di un senza fissa dimora, resa questa volta meno violenta e dura solo perché spirato in un comodo letto di ospedale anziché su di un sudicio marciapiede a pochi metri dalla stazione. Ma almeno questa volta ci auguriamo che questa morte aiuti a scuotere le coscienze, a partire dalle nostre, e contagi tutta la comunità, chiamata a farsi carico di quanti – per i motivi più diversi – hanno eletto la strada come luogo in cui vivere svuotati di motivazioni e di affetti. Si chiamava Michele e non era un truffatore seriale. Non per noi.

Fratelli della Stazione

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