Tra le sbarre la Costituzione si fa voce: la storia del podcast “Ci credo ancora”

Quando le parole della Costituzione italiana varcano le soglie di un carcere, smettono di essere formule teoriche e diventano vita vera, fatta di errori, ferite, speranze e voglia di riscatto. È quello che accade nella casa circondariale di Foggia grazie a “Ci credo ancora”, il podcast ideato e curato dalla giornalista e volontaria Annalisa Graziano, a cui gNews (il quotidiano online del Ministero della Giustizia) ha dedicato un reportage in tre puntate firmato dal giornalista Alessandro Pendenza.

L’iniziativa parte da un’idea fondamentale in cui le persone detenute non sono semplici destinatarie del progetto, ma coautrici dirette. Sono loro a prendere in mano concetti come libertà, dignità, uguaglianza, lavoro e responsabilità per rileggerli e interrogarli attraverso il filtro del proprio vissuto.

I punti chiave del progetto e del reportage vedono una partecipazione straordinaria. Se la prima stagione ha gettato i semi, la risposta per la seconda è stata travolgente circa 150 persone ristrette hanno chiesto di poter partecipare alle nuove registrazioni.
I testi vengono scritti di pugno dai detenuti. Il lavoro di editing interviene soltanto sulla struttura narrativa, lasciando intatta la genuinità dei pensieri e la verità delle storie.
La riuscita dell’iniziativa si deve alla sinergia tra la direzione dell’istituto (guidata da Michele De Nichilo), l’area trattamentale con la responsabile Paola Errico, la polizia penitenziaria con il comandante Claudio Ronci, e il supporto del CSV Foggia insieme ai volontari dell’associazione Genoveffa de Troia.

Il podcast punta ad abbattere lo stigma sociale. Permette alla comunità esterna di ascoltare voci che troppo spesso restano nell’ombra, dimostrando che il carcere può essere anche luogo di elaborazione e crescita personale.
All’inizio del percorso, molti partecipanti chiedevano smarriti ad Annalisa Graziano: “A chi potrà mai interessare quello che abbiamo da dire noi sulla Costituzione?”. L’attenzione mediatica nazionale arrivata con le tre puntate del reportage su gNews (pubblicate il 9, 16 e 23 agosto 2026) offre una risposta chiara e potente. Si può essere chiamati a pagare per gli sbagli commessi e, contemporaneamente, conservare il diritto di pensare, parlare ed esprimere valori capaci di arricchire l’intera società.

