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L’estate solitaria dei caregiver: perché il lavoro di cura non va in vacanza

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Il lavoro di cura non va in vacanza, ma troppo spesso lascia chi lo svolge in una solitudine profonda, schiacciato tra l’affetto per un proprio caro e le difficoltà della vita quotidiana. Nell’estate del 2026, il coordinamento nazionale docenti della disciplina dei diritti umani (CNDDU) torna a sollevare la condizione dei caregiver familiari del nostro Paese.

La questione è approdata sul tavolo della politica con un percorso legislativo in corso e lo stanziamento di un fondo dedicato. Se per il 2026 le risorse sono pari a 1,15 milioni di euro, a partire dal 2027 si passerà a 207 milioni annui. Un segnale importante, ma che rischia di rimanere incompiuto se non si tradurrà in tutele concrete e immediate per chi assiste ogni giorno un familiare non autosufficiente.

Oltre l’emergenza serve però una tutela preventiva. Il nodo centrale non riguarda solo l’ammontare dei fondi, ma la visione d’insieme. Oggi prendersi cura di una persona con disabilità significa frequentemente ridurre l’orario di lavoro o abbandonare la carriera; subire una perdita diretta di reddito con pesanti ricadute previdenziali e pensionistiche e  affrontare il rischio concreto di impoverimento economico e sociale.

Lo Stato non può intervenire soltanto quando il bilancio familiare è ormai compromesso. Il sostegno pubblico deve agire in chiave preventiva, affinché la solidarietà all’interno delle mura domestiche non si trasformi in una trappola di vulnerabilità.

I dati ISTAT del 2026 tracciano un quadro demografico chiaro: gli ultrasessantacinquenni rappresentano ormai il 25,1% della popolazione e l’età media ha raggiunto i 47,1 anni. Con oltre 5,7 milioni di persone in povertà assoluta e il 22,6% a rischio esclusione sociale, la domanda di assistenza è destinata a crescere vertiginosamente.

Durante l’estate le criticità si acuiscono: con la sospensione o la riduzione dei servizi territoriali e il caldo estremo, le famiglie si trovano a gestire un carico ancora più gravoso senza periodi di sollievo.

Il tema interpella da vicino anche il mondo della scuola. Docenti e personale ATA sono spesso chiamati a conciliare l’attività lavorativa con l’assistenza, soffrendo penalizzazioni professionali soprattutto nei casi di mobilità o servizio lontano da casa. Giovani caregiver, studenti, che assistono genitori o fratelli, vedono compromessi la regolarità della frequenza, lo studio e il proprio diritto all’istruzione.

Come sottolinea il presidente del CNDDU, il professor Romano Pesavento: “Il riconoscimento giuridico di chi presta cura è solo il primo passo. Occorre tutelare l’autonomia economica, la salute e il lavoro dei caregiver, garantendo una rete di servizi territoriali continui. La cura non può gravare esclusivamente sulle spalle delle famiglie come sostituto delle istituzioni.

Garantire dignità, equità e diritti effettivi a chi si occupa degli altri non è solo una misura assistenziale, ma il vero metro di misura della maturità civile del nostro Paese”.

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