Crediti Foto: Domenico S. Antonacci

Santa Maria di Stignano: il Santuario mariano di San Marco in Lamis immerso nel verde

Tra storia e natura: alla scoperta del Santuario di Santa Maria di Stignano

Foggia Reporter

San Marco in Lamis – Oggi vi condurremo alla scoperta di uno dei santuari mariani più importanti del nostro territorio, il Santuario di Santa Maria di Stignano. Una tappa fondamentale lungo il tracciato della via Francigena che conduceva verso il santuario di San Michele Arcangelo a Monte sant’Angelo.

La storia del santuario dedicato alla Vergine vanta di un affascinante repertorio di leggende, tra cui spicca anche quella legata alla benedizione di San Francesco d’Assisi. A pochi chilometri da San Marco in Lamis, immerso nel verde paradisiaco della natura e accerchiato dal fitto bosco, si intravede il Santuario di Santa Maria di Stignano, un edificio religioso che risalta sin dalla facciata principale, dall’aspetto rustico e dalle linee squadrate. Lo stile cinquecentesco romanico abbruzzese si ricollega ad un’usanza antica che ha reso celebre il nostro territorio: la transumanza.

Per i pastori abbruzzesi, che da Settembre a Maggio guidavano le greggi al pascolo alle pendici del Gargano, questo luogo rappresentava un importante punto di riferimento. Ancor prima della presenza di quell’imponente struttura, in quel sito era presente una piccola cappella che richiamava un legame con una leggenda ben più antica e affascinante. Un tale Leonardo Di Falco, rimasto cieco, girovagava nella zona in cerca di un po’ di cibo quando all’improvviso, colto dalla stanchezza, si addormentò all’ombra di una robusta quercia. Nel sonno fu la dolcissima voce di una donna a svegliarlo, donandogli nuovamente la vista e indicandogli la presenza di un suo simulacro nascosto tra i rami dello stesso albero.

Il miracolato, mosso dallo stupore, avvisò prontamente gli abitanti della vicina Castelpagano che, dopo essersi riuniti in processione, costruirono una piccola chiesetta nel luogo della presunta apparizione della Vergine. Sono due i quadri seicenteschi rinvenibili all’interno e posti sul tamburo dell’ingresso principale che fungono da testimonianza della miracolosa comparsa.

Oltre a questa leggenda, la storia più accreditata narra che in quel periodo fu ordinata la distruzione di tutte le icone presenti nelle chiese e raffiguranti la Madonna. Per tale motivo alcuni monaci decisero di nascondere la statuetta della Madonna proprio tra i rami della medesima quercia.

La statua, che si trovava in corrispondenza dell’attuale santuario, fu ritrovata in seguito da un pastore che circolava nella valle accompagnato dalle sue pecore. Attorno a queste testimonianze si sviluppò la teoria degli studiosi, che classificarono questo luogo di perfezione spirituale come punto di accoglienza e di ristoro per i numerosi pellegrini che vi stazionavano prima di ripartire per il faticoso sentiero che conduceva alla grotta dell’Arcangelo. La più antica testimonianza certa dell’esistenza del santuario è l’attestazione registrata in un documento dell’archivio di Stato di Napoli e datato 21 Settembre 1231.

A dare forma al santuario grazie al suo contributo fu un personaggio di rilievo, proveniente proprio dalla città partenopea, il feudatario Ettore Pappacoda di Napoli. Fu suo il merito della costruzione di una nuova struttura nel 1515, a sostituzione del precedente oratorio. Nel 1560 il convento venne affidato alle cure dei frati minori, che ampliarono lo stabile aggiungendo il transetto, la Cupola, il coro e il campanile.

La Chiesa fu finalmente ultimata e consacrata nel 1679 dall’allora arcivescovo di Manfredonia Vincenzo Maria Orsini, divenuto successivamente papa con il nome di Benedetto XIII. Fu così che fino al XIX secolo il santuario mariano fu uno dei più apprezzati nella Capitanata, oggetto di leggende e storie che tutt’oggi sopravvivono e vengono tramandate. Un’altra leggenda racconta di un periodo di siccità che colpì la zona intorno al 1686, prosciugando ogni riserva d’acqua e mettendo in netta difficoltà la compatta e numerosa comunità dei frati.

Padre Salvatore ricorse proprio alla protettrice per chiedere aiuto e ,un giorno, dopo aver pregato intensamente, trovò la cisterna del chiostro colma d’acqua. La fama di questa miracolosa acqua attirò perfino l’attenzione del Barone di Rignano, che ne portò alcune bottiglie a Napoli, dove si ottennero mirabili guarigioni. Il ruolo dei frati di Stignano fu rilevante per la storia di questo luogo, trasformato in una “casa di cultura” o in una dimora per dotti, santi e religiosi. Nei secoli successivi la storia del santuario fu un continuo avvicendarsi di eventi tragici tra cui terremoti e incendi che distrussero gran parte della costruzione.

Soltanto dopo molti anni il convento fu acquistato dalla nobile famiglia Centola di San Marco in Lamis, che consentì ai frati il ​regolare rientro presso la struttura. Di lì il santuario riprese le funzioni svolte prima dei copiosi danni riportati e prima che le vicissitudini politiche ne oscurassero la preziosità della sua presenza. ​