Attualità

Oltre le transenne del concerto: se la musica è di tutti, lo spettacolo deve essere visibile

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L’appello accorato dell’APS “Gli Amici di San Pio” agli artisti e ai promoter italiani: «Ascoltare una canzone non basta, vivere l’emozione del palco è un diritto di civiltà».

C’è un momento preciso, durante un grande concerto, in cui le luci si spengono, il boato del pubblico riempie lo spazio e il palco si accende. È l’istante in cui l’attesa si trasforma in emozione visiva, in empatia pura tra l’artista e chi lo guarda. Ma proviamo, anche solo per un attimo, a cambiare prospettiva. Proviamo a sederci venti centimetri sopra il livello del suolo, defilati, a decine di metri di distanza, con una selva di braccia alzate e schiene che coprono interamente l’orizzonte.

È da questa immagine, purtroppo quotidiana per molti ragazzi e ragazze, che nasce la lettera aperta scritta da Serafino Graziano Leuzzi, presidente dell’APS “Gli Amici di San Pio”. Un appello stringente, privo di retorica e profondamente umano, rivolto a chi la musica la fa, la organizza e la promuove.

Negli ultimi anni, l’introduzione della Disability Card e l’obbligo di predisporre spazi dedicati hanno indubbiamente segnato un passo avanti logistico. Quasi tutti i grandi eventi oggi aprono le porte all’accessibilità. Ma Leuzzi solleva una questione che scava più a fondo, oltre la burocrazia: siamo sicuri che basti far entrare qualcuno all’interno di un’area recintata per poter parlare di reale inclusione?

«Personalmente ho visto pedane rialzate di appena circa 25 centimetri, posizionate lateralmente rispetto al palco e a notevole distanza. Da quella posizione si sente la musica, ma troppo spesso non si vive lo spettacolo. Una persona con disabilità non compra un biglietto soltanto per ascoltare una canzone. Compra un biglietto per vedere il proprio artista, il palco, le luci, le emozioni.» — Serafino Graziano Leuzzi, Presidente APS “Gli Amici di San Pio”

Il punto nodale dell’appello non è normativo, sebbene le linee guida nazionali sull’accessibilità parlino chiaro, esigendo una visibilità “piena, chiara e ininterrotta” per gli spazi riservati. Spesso la legge esiste, ma viene applicata con freddezza geometrica, badando a riempire la casella della sicurezza formale o del pass, senza chiedersi cosa effettivamente vedrà una persona una volta posizionata lì.

Nessuno mette in discussione la complessità e la sacralità dei piani di sicurezza che regolano i grandi eventi di massa. L’associazione stessa sottolinea come la tutela dell’incolumità pubblica debba rimanere un pilastro. La sfida vera, quella culturale, sta nel far convivere la sicurezza con il rispetto della dignità dell’esperienza dello spettatore.

Per scardinare questa abitudine alla “soluzione minima”, la lettera si rivolge direttamente al cuore pulsante dei live: i cantanti. A loro viene chiesto un piccolo gesto, un attimo di attenzione prima che si accendano i riflettori. Salire sul palco qualche minuto prima e dare uno sguardo a quelle pedane dedicate, ponendosi una domanda elementare ma fortissima: “Se al posto loro ci fossi io, riuscirei davvero a vivere questo concerto?”

Non si tratta di rivendicare privilegi o posizioni di favore rispetto al resto del pubblico pagante. La richiesta è molto più semplice e, proprio per questo, disarmante: poter condividere, alla pari, gli stessi brividi e le stesse suggestioni visive di chiunque altro.

«Noi non chiediamo privilegi. Non chiediamo posti migliori. Chiediamo soltanto di poter vivere la stessa emozione di tutti gli altri. L’inclusione non può restare dietro una transenna.»

La battaglia lanciata dall’APS “Gli Amici di San Pio” non vuole fermarsi alla denuncia isolata o alla sterile protesta. Al contrario, l’associazione si propone formalmente come partner attivo di istituzioni, promoter e organizzatori per studiare e progettare modelli di accessibilità reali, in cui il concetto di accoglienza non si fermi al tornello d’ingresso. Perché la musica ha da sempre la vocazione innata di unire le persone; lasciare che un muro invisibile di disattenzione la separi da chi ha il diritto di viverla appieno sarebbe la sua sconfitta più grande.

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