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La versione di latino e la memoria perduta: perché abbiamo ancora nostalgia del liceo di una volta

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Gira da mesi sulle bacheche social e nelle chat di WhatsApp un testo anonimo, spesso firmato con l’improbabile pseudonimo di “Coriolano della Floresta D’Artagnan” — un bizzarro incrocio tra un personaggio del romanzo d’appendice di Luigi Natoli e il moschettiere di Dumas. Un manifesto nostalgico che parte da una premessa amara: il liceo classico di un tempo non era una scuola facile, pretendere che gli studenti studiassero non era discriminatorio e la versione di greco o latino era il vero tribunale del liceale.

Il pezzo trova la sua forza in immagini vive: il foglio protocollo, il vocabolario pesante sul banco, la solitudine davanti al testo senza la scorciatoia di un telefono o di una “benevola competenza trasversale”.

Ma al di là della verve ironica — che culmina nella battuta sugli odierni programmi “alleggeriti finché di leggero non sono rimasti che i diplomi e le teste” — la viralità di questo testo pone una domanda vera a chiunque si occupi di informazione e cultura: perché questa narrazione continua a fare breccia nel sentire comune?

La risposta sta in un nervo scoperto della nostra società. Quello scritto intercetta il disorientamento di fronte a una scuola che, nel tentativo di farsi accogliente e inclusiva, ha talvolta scambiato la valutazione per una colpa e la fatica dello studio per un sopruso. Racconta di professori “severi, talvolta ingiusti e quasi mai simpatici”, a cui però non si chiedeva di intrattenere la classe, ma di insegnare. E descrive un’epoca in cui una bocciatura era una responsabilità personale, non un motivo per ricorrere al TAR.

Naturalmente, il rischio di questi rimpianti è l’idealizzazione. La scuola di ieri non era esente da difetti e il rigore di facciata spesso nascondeva una selezione sociale latente. Ma il testo tocca un punto che non si può liquidare come banale passatismo: la differenza fondamentale tra l’informazione e la cultura. La prima si trova in pochi secondi su uno schermo; la seconda richiede tempo, fallimenti, tentativi e la capacita di “assumersi la responsabilità di una scelta, anche sbagliata”.

Forse il liceo classico tradizionale ha davvero fatto il suo tempo nei modi e nelle forme. Ma finché continueremo a scambiare il merito per presunzione e la semplificazione per progresso, testi come questo continueranno a circolare di bacheca in bacheca. Non tanto per nostalgia dei verbi greci, quanto per il bisogno di una scuola che torni a insegnare a pensare.

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