La fuga silenziosa dei giovani dallo sport in Italia

Un ragazzo su tre smette di praticarne uno prima dei 16 anni

06 novembre 2026 13:41
La fuga silenziosa dei giovani dallo sport in Italia -
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Non c’è un fischio finale. Non c’è una conferenza stampa. C’è solo uno spogliatoio che si svuota, settimana dopo settimana. E’ così che si manifesta il drop-out sportivo, l’abbandono precoce della pratica sportiva nel nostro Paese. Il fenomeno-secondo le stime più diffuse- colpisce circa il 30% dei ragazzi nell’età compresa tra i 13 e i 16 anni.

Un’analisi pubblicata nel 2016 sulla rivista “Pampaedia” alza ulteriormente l’asticella: tra i 13 e i 18 anni il tasso di abbandono sfiora il 50%.

Il momento più critico resta il passaggio dalle scuole medie alle superiori. Lo conferma anche l’ultima indagine svolta dal CONI di Trento, presentata lo scorso 27 ottobre 2026 su 6.620 questionari. Per molti giovani però non si tratta di un addio definitivo: quelli che hanno abbandonato dichiarano di essere disponibili a tornare, privilegiando però attività meno impegnative.

I numeri del crollo

I dati del CONI sui tesserati fotografano l’effetto imbuto: nella fascia 14-17 anni la quota di tesserati è appena il 16,6% del totale. Studi riportati dall’Ospedale Bambino Gesù di Roma indicano che circa il 50% dei giovani tra il 13 e i 15 anni abbandona l’attività sportiva.

Il divario di genere è netto. L’abbandono riguarda circa il 20% dei ragazzi e il 40% delle ragazze.

Perché smettono

La causa non è la pigrizia. La ricerca indica tre fattori ricorrenti: pressione competitiva, rapporto con l’allenatore e aspettative dei genitori.

Il 65% degli adolescenti che abbandonano cita l’eccessiva enfasi posta sulla competizione come causa principale, con segnali di burnout già verso i 15-16 anni. Il 50% degli adolescenti che lasciano individua nel rapporto problematico con l’allenatore una delle cause principali.

“Sulla carta il calcio giovanile dovrebbe avere finalità formative e ricreative- spiega Vito Di Gioia, responsabile del settore giovanile FIGC- ma la competizione tra società porta a selezionare i ragazzi in età troppo precoce”.

A questo si aggiunge il ruolo economico e organizzativo: costi delle iscrizioni, kit, trasferte e l’incastro sempre più difficile tra scuola e allenamenti.

Le conseguenze: salute e sedentarietà

Quando un ragazzo smette di fare sport, il vuoto non resta vuoto. Lo riempie la sedentarietà. Secondo la sorveglianza HBSC Italia 2022, riportata dall’Istituto Superiore di Sanità, nel post-pandemia la situazione è peggiorata: solo l’8,2% degli adolescenti svolge almeno un’ora al giorno di attività fisica.

ll quadro è confermato a livello globale dal rapporto OMS pubblicato il 4 novembre 2026, “A generation missing out”, su oltre 3,2 milioni di adolescenti in 140 Paesi: nel 2025 un adolescente su quattro non ha raggiunto un’ora di movimento neppure in un giorno della settimana, e solo il 14% lo ha fatto tutti e sette i giorni.

Cosa serve per invertire la rotta

Gli esperti indicano tre direttive: 1) Allenatori-educatori. La formazione non può essere solo tecnica. Serve competenza pedagogica: chi allena un 14enne deve saper motivare, non schiacciare; 2) Società per tutti. Non solo agonismo. Servono spazi per chi vuole fare sport per stare bene, per passione, non solo per vincere ed esporre trofei; 3) Istituzioni al fianco delle famiglie. Voucher sportivi, costi calmierati, impianti aperti e sicuri.

Lo sport, inserito nella Costituzione della Repubblica Italiana come tutela del benessere psicofisico, va trattato come un bene comune, non come un lusso.

Come diceva Pietro Mennea: “La fatica non è mai sprecata. Soffri adesso e vivi il resto della tua vita da campione”. Il punto, quindi, non è creare campioni, ma evitare che migliaia di storie si interrompano in silenzio, in uno spogliatoio che diventa sempre più vuoto.

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