Foggia Reporter

Foggia – Grazie al contributo e alle ricerche di Ettore Braglia, cultore di storia locale, andiamo alla ricerca della Foggia di un tempo. Questa volta vogliamo parlarvi di un antico monastero di suore, il Monastero di Santa Cecilia. Un tempo sorgeva dove oggi si sviluppano le villette alle spalle del palazzo della Provincia.

Dall’atlante delle locazioni, particolare della città di Foggia, fine secolo XVII, archivio di Stato; in alto a destra, sul lato Nord-Ovest della piantina, il Monastero di Santa Cecilia, che è la chiesa più antica di Foggia e sorgeva in via Gioberti, dietro l’attuale Provincia nuova. La storia del Monastero di Santa Cecilia: La Biblioteca Nazionale di Napoli custodisce un gruppo di codici miniati in scrittura beneventana, datati tra XI e XII secolo, in maggior numero di provenienza pugliese, dauna in particolare.

Fra questi manoscritti un posto di primo piano ricopre il Martirologio dell’abbazia di S. Maria di Pulsano, realizzato nella seconda metà del XII secolo per il monastero femminile di S. Cecilia, sito nei pressi di Foggia e sottoposto al priorato del vicino monastero di S. Nicola, dipendente, a sua volta, dall’abbazia pulsanese, consacrata da papa Alessandro II il 27 gennaio del 1177, e attestata da una bolla contenente tra l’altro l’elenco dei privilegi riservati all’abbazia garganica e delle sue dipendenze, tra le quali sono annoverati i monasteri di S. Stefano a Mattinata, di S. Giovanni presso Cagnano Varano, di S. Pietro in Cuppis presso Ischitella, di S. Lorenzo presso Vieste nonché quello femminile di S. Cecilia presso Foggia.

Ed è opportuno anche ricordare che alcune chiese di Foggia, come quella di San Tommaso, eretta, secondo la tradizione, nel luogo dell’antica taverna del Gufo o del Bufo. Nelle campagne circostanti sorgevano pure alcuni monasteri, come appunto quelli di Santa Cecilia a Nord-ovest di Foggia nei pressi dell’omonima contrada, e di San Nicola situato nei pressi della Chiesa del Calvario. Oltre al tempio di Santa Maria, eretto nei pressi del luogo ove fu ritrovata l’Iconavetere, sorgevano a Foggia anche le chiese di Sant’Angelo, Sant’Andrea, Sant’Antonio, San Lazzaro.

A Sant’Elena, SS. Filippo e Jacobo, Sant’Eleuterio e San Pietro. Delle chiese di Sant’Angelo, Sant’Antonio, San Lazzaro e Sant’Elena, anche se distrutte, si conserva oggi la memoria storica, sorgevano rispettivamente: la prima nel luogo ove fu poi eretto il Municipio; la seconda all’incrocio fra i corsi Giuseppe Garibaldi e Vittorio Emanuele, la terza nei pressi del viale d’ingresso al Cimitero e l’ultima, Sant’Elena nei pressi di Gesù e Maria.

Delle altre chiese non si conosce con certezza il luogo ove sorgevano, ma, almeno per alcune, solo la zona. Sant’Andrea, come riportato in un documento del 13 maggio 1214, era situata nel “suburbio Manie Porte”, ovvero della Porta Magna, grande, o forse della Porta del Mattino, dal latino “mane”, quindi di una porta esistente ad est della città, verso la strada per il mare. Nello stesso diploma è citata anche la chiesa dei SS. Filippo e Jacobo, che era situata: “extra portam suburbii Bassani”, nei pressi, quindi, di quella dedicata a Sant’Antonio, pure citata nel medesimo documento: “ecclesiam Sancti Antonii, quae est in suburbio Bassani “.

L’afflusso di gente nuova corrisponde contemporaneamente all’afflusso di nuove ricchezze, alla costruzione di nuovi palazzi ed all’estendersi dell’abitato fuori porta, estensione caratterizzata, in un primo momento, dalla presenza di conventi e chiese, di cui, almeno le più antiche sono: Santa Cecilia e Sant’Augusta, poi S. Giusta, verso Troia; mentre San Giovanni Vecchio, S. Stefano, il S. Sepolcro, S. Lazzaro, S. Marco e S. Jacobo, tutte sorte ai lati della strada e tratturo che da Foggia raggiungeva il Candelaro.

Mentre correva l’anno di grazia 1171, le suore operaie del monastero di Santa Cecilia presso Foggia, stanche delle eccessive fatiche loro imposte dalla badia di Santa Maria di Pulsano in monte Gargano e dal convento di S. Nicola alle porte della loro stessa città, se ne rammaricavano con papa Alessandro III, allora di ritorno dalla vicina Troia.

Il sommo pontefice ascoltava, e nominava una commissione d’inchiesta nelle persone del cardinale Manfredo, vescovo Prenestino, del cardinale Pero de Bono del titolo di Santa Susanna, e del cardinale diacono Giacinto, con l’incarico d’indagare sui fatti ed ingiungere all’abate mitrato di Santa Maria di Pulsano, che allora era il gran Ioele, e a quel prepotentuccio del priore di San Nicola di porre subito termine alle « vessazioni, estorsioni e maltrattamenti » di cui veniva fatto loro carico delle suore di Santa Cecilia.

Le monache di Santa Cecilia, infatti, o meglio quelle di esse che erano addette ai lavori di tessitura e sartoria, avevano il compito di fornire ai fratelli della casa madre tutto ciò che loro poteva occorrere per vestirsi, dormire, andare in giro e farsi lume nelle lunghe notti, e cioè panni di lana, lenzuola, cingoli, bisacciuole, sacconi, stoppini per le lucerne; ma i frati si mostravano cosí esigenti e pressanti nelle richieste che le povere operaie erano obbligate a tessere, tagliare, cucire, filare, comporre treccioline di stoppa e di bambagia giorno e notte, senza tuttavia riuscire ad accontentare tutti.