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Foggia, Marco Ferrazzano vittima di bullismo. Perché esiste questo fenomeno? Ci risponde il Dott. Alessio Tortorella

Foggia Dopo la tragica vicenda di Marco Ferrazzano i pensieri formulati al riguardo sono stati molti. Si condivide però a livello generale e inequivocabilmente il peso del bullismo che Marco ha subito per molto tempo. Il bullismo in tutte le sue varianti è purtroppo ancora una vera e propria piaga da estirpare della quale nel corso della vita siamo purtroppo stati vittime o potremmo esserlo indifferentemente dall’età.

E’ chiaro però che coloro ai quali vengono provocati a lungo termine dei danni a livello psicologico sono proprio i ragazzi, purtroppo sono molte le volte in cui tematiche di questa rilevanza vengono affrontate retoricamente e senza approfondimenti che creino effettivo interesse da parte dei ragazzi e di conseguenza un buon livello di preparazione nel riuscire ad affrontare difficoltà di questo tipo.

Abbiamo voluto perciò parlare di questo con il Dott. Alessio Tortorella, Psicologo e Psicoterapeuta ad indirizzo psicodinamico in formazione. In ambito clinico si occupa di adolescenza e adultità come percorso di espressione dell’Io, anche in riferimento a stereotipi di genere, sviluppo psicosessuale e genitorialità. Alessio vive e lavora a Foggia, dove è presidente dell’associazione “Parole Contrarie” che si occupa di adolescenza, cultura ed evoluzione personale.

Ciò che è successo Marco Ferrazzano è il risultato di un atto sistematico e crudele che subiscono tantissimi adolescenti, quello che in maniera generale definiamo “bullismo”. Perché questo fenomeno accade ed è così radicato?

La vicenda di Marco è una storia che sento molto vicina, probabilmente come tutti coloro che hanno a cuore i giovani e la nostra comunità. È potuto accadere perché la fragilità di Marco ha incontrato persone che rifiutano la loro stessa parte fragile, e perseguitano quella stessa fragilità in altri per aumentare la loro illusione di potenza e di estraneità ad essa. Questo è il presupposto per il bullismo, dalla sua forma più lieve fino alla sua evoluzione verso la devianza e la criminalità. Il fenomeno che chiamiamo “Bullismo” è molto complesso proprio per una sua caratteristica borderline: non è scherzo, ma non è criminalità. La sua ambivalenza diventa una terren di coltura in cui possono incontrarsi tragicamente la fragilità dell’individuo e le fragilità sociali.

Il bullo in sé, lungi dal volerlo vittimizzare, ma è comunque un prodotto sociale nella misura in cui è debole il sistema delle regole, dei valori, dell’educazione e della rieducazione. Quando parliamo di bulli non parliamo dunque di criminali o persone con un forte disturbo di personalità, ma di persone che rientrano in quella che definiremmo normalità.

Il fenomeno del bullismo c’è sempre stato, fa parte e, mi viene da dire, deve fare parte delle tappe e delle esperienze evolutive di ogni individuo, nella misura in cui anche la difficoltà, l’ingiustizia, il male, ne fanno parte. In questo forse il mio pensiero e la mia pratica clinica sono impopolari rispetto al clima “assistenzialistico” della psicologia attuale e della società in generale. Ma non possiamo pensare di proteggere i giovani eliminando il male dal mondo. Dobbiamo guidarli attraverso l’esperienza di esso.

Ma è questo il nodo cruciale: per guidare un giovane ci deve essere una relazione educativa. Possibilmente una rete di relazioni, familiare, scolastica, sociale. Relazioni in cui i giovani acquisiscono il senso del bene e del male, della ragione e delle emozioni, della regola e della possibilità, del codice materno e paterno come direbbe Recalcati. Nel tempo che stiamo attraversando mancano relazioni educative che, come invece dice Galimberti, devono essere anche affettive, ma non nel senso di maternage, tantomeno in un’accezione distaccatamente paternalistica.

Amare il proprio figlio o il proprio alunno significa anche insegnargli la regola, trasmettergli che il mondo è uno spazio “finito” di risorse, in cui bisogna crescere ed evolversi per sopravvivere. Ma al contempo è uno spazio di relazione, in cui l’Altro è il mio confine e il mio contenimento. La relazione educativo-affettiva è uno spazio in cui si alternano continuamente le funzioni materna-paterna, mascolina-femminina, in cui l’educatore invita il giovane a crescere e lo soccorre solo laddove egli proprio non riesce, e chiede aiuto. Perché anche chiedere aiuto è una capacità che dobbiamo permettergli di sviluppare. Anticipare i bisogni significa impedire ai giovani di conoscere i propri limiti e sviluppare le risorse per superarli, come lo è l’umiltà e la capacità di ammirare e desiderare l’adulto e l’adultità, prendendolo come modello da raggiungere e superare. Ma è chiaro che quando la domanda di aiuto emerge, le risorse devono esserci.

Gli adulti devono aver avuto modo a loro volta di sviluppare la propria capacità affettiva, maturare entrambe le loro parti mascolina e femminina e armonizzarle in quella che diventa la loro adultità. E devono avere risorse da impiegare nella relazione: un genitore deve avere tempo di stare con il figlio, un professore deve avere tempo per ascoltare un alunno. E come si fa se per mantenere un figlio bisogna fare due, tre lavori? Come si fa se un professore a stento ha il tempo completare la burocrazia per trenta ragazzi a classe? Come si fa se il tempo è rubato da un sistema sociale povero economicamente, intellettualmente ed affettivamente? Chiaramente questo è solo un aspetto, che io ritengo centrale, ma come dicevo la complessità potrebbe essere analizzata su molti livelli, da quello psicologico individuale, a quello sociale, a quello culturale e internazionale.

Secondo i dati riportati dall’Osservatorio Indifesa 2020 di Terre des Hommes e Scuolazoo durante la Giornata Internazionale contro il Bullismo e il Safer Internet Day, il 61% degli adolescenti ha dichiarato di essere vittima di bullismo e cyberbullismo. In che modo secondo lei il Covid è riuscito a diffondere sempre di più questi fenomeni?

Quando parliamo di Covid in realtà parliamo principalmente di una sua conseguenza specifica che è l’isolamento sociale. Questo aspetto sta facendo molti danni dal punto di vista psicologico a tanti livelli e negli adolescenti sta gravemente mutilando la loro crescita di un aspetto importante che è la relazione sociale e diretta all’interno del gruppo. È proprio lì che sviluppiamo in maniera determinante i due pilastri di ogni personalità e di ogni società, ovvero il mondo erotico e quello competitivo.

È nella relazione diretta all’interno del gruppo che gli animali sviluppano ed esprimono la loro individualità, attraverso il corteggiamento ed il conflitto. Lo scambio comunicativo che c’è in queste due macroaree è estremamente fitto e intenso, gran parte del quale non verbale, fatto di continui feedback che modellano e cesellano il tipo di adulto che diventeremo. Un atto di esclusione, di crudeltà verso un compagno diventa fonte di empatia se ho la possibilità di entrare in contatto con il suo dolore. Ma è molto più difficile che questo avvenga se siamo divisi da uno schermo.

E questo è un motivo per cui il cyberbullismo è forse ancora più crudele e pericoloso del bullismo dal vivo. Inoltre non dobbiamo pensare che il problema siano quei ragazzi che vediamo in strada nonostante i divieti. Il vero problema di questo momento storico sono quelle fasce deboli di esclusi che attraverso la scuola o i gruppi di socializzazione prima riuscivano a mantenere un contatto e non essere totalmente emarginati. Cosa che invece è più facile che avvenga in un contesto che sta raggiungendo dei livelli di alienazione non ipotizzabili prima nella storia dell’uomo se non nei romanzi di fantascienza.

La pandemia infatti non solo sta tristemente provocando delle morti, ma sta mettendo seriamente sotto pressione la stabilità mentale delle persone, soprattutto dei più giovani. Ed è così che è stato largamente rivalutato l’essenziale contributo di figure come gli psicologi. Purtroppo molte volte si tratta aiuti che non tutti possono permettersi. Ci sono delle alternative veramente valide per riuscire a trovare aiuto?

Forse io invertirei la domanda: è già l’aiuto psicologico ad essere un’alternativa a qualcosa che dovrebbe esserci normalmente, e questa cosa sono le relazioni sane con adulti nel senso più arcaico del termine, ovvero persone interiormente mature e complete. Reazioni in cui l’affetto diventa uno spazio di maturazione interiore. La nostra è da secoli una società in accelerazione verso la prestazione. Per citare ancora Umberto Galimberti, che si rifà a sua volta al concetto di pensiero calcolante di Heidegger, il Covid ci ha colti nel momento di maggior splendore della Tecnica, ma anche di forte decadenza dell’affettività relazionale.

La paralisi del Covid è una paralisi degli apparati e delle macchine produttive e prestazionali di cui noi siamo gli ingranaggi. È dunque una grande occasione per mettere in discussione questo sistema di valori dove al primo posto ci sono la tecnica, la prestazione, il risultato, e far riemergere l’Umanità, che trova il suo significato solo nella reciprocità affettiva. Non esiste nulla che sia più di aiuto e più economico di una relazione d’affetto, e certo sarebbe meglio se fosse una relazione con una persona in carne ed ossa.

Gli psicoterapeuti fanno questo, creano uno spazio affettivo per la crescita personale, permettendo al paziente (giovane o meno giovane che sia) di diventare una persona adulta in quegli aspetti che sono rimasti bloccati, accompagnandolo nel maturare la possibilità di elaborare autonomamente un’esperienza negativa come quella di essere bullizzato, o, dall’altra parte, in una struttura di personalità che non ha più bisogno di trarre piacere attraverso il bullismo, o camuffare il proprio dolore infliggendone ad altri.

Io resto un po’ scettico nei confronti del fast help che si sta diffondendo al momento, sedute psicologiche discount e on demand, per usare termini che richiamano al mercato. Credo che possano tamponare un immediato bisogno di sostegno, ma la vera crescita psicologica non è questione di mercato ma di relazione, affettiva, costruita, continua, spesso faticosa, nel tempo.

Paradossalmente una relazione economica ma molto proficua può essere quella letteraria, in senso ampio. Uno scrittore trasferisce in un libro i suoi affetti, le sue passioni, e il lettore, attraverso quei personaggi ama, odia, si innamora, combatte, cresce. Io amo la lettura e su Facebook ho creato un gruppo che si chiama “Foggia Legge” in cui condividendo pensieri sulle proprie letture i partecipanti hanno scambi e relazioni al cui centro c’è l’affettività, perché i libri sono un mezzo per vivere le emozioni.

E nonostante sia attivo da pochi mesi, tante persone mi raccontano di aver conosciuto persone nuove, o conosciuto sotto una lente nuova, persone con le quali prima non sospettavano di avere quelle letture (o emozioni) in comune. È solo un esempio di come la socialità può diventare un vero spazio relazionale e affettivo.

E se non ci va di leggere esistono le serie tv, esistono gli audiolibri, esistono le conferenze su Zoom o le dirette su Facebook. È importante però che la relazione, con la persona reale o con i personaggi dell’opera artistica, siano relazioni sane nel senso che indicavo prima e che quindi siano relazioni con persone o personaggi maturi che permettano in noi il contatto con le emozioni, non semplicemente un divertissement per ammazzare il tempo in attesa che il mondo si sblocchi e ci fornisca il supporto che desideriamo.

Bisogna cambiare l’impostazione di noi stessi da una posizione passiva, purtroppo fortemente sostenuta e alimentata dalla società attuale, il cui presupposto è che qualcuno debba fornirci l’aiuto (i genitori, i soldi, lo psicologo, la tecnologia, il palinsesto tv), a una posizione attiva, in cui io sono un attore della relazione con l’altro, reale, virtuale o ideale che sia, e in questa relazione avviene una crescita reciproca. La libertà è partecipazione, diceva Gaber, e la partecipazione è vera solo se attiva, soprattutto se si tratta della partecipazione alla storia della mia stessa vita.

Quanto e come, da amico/a o da genitore, possiamo tentare di dare il nostro aiuto alle vittime di questo tipo di violenze? In che modo potremmo riuscire a captare i primi campanelli d’allarme?

Rischio di ripetermi rispetto al discorso sulle relazioni. La mia impostazione, personale e professionale, non è un’impostazione fast-help. I consigli, le tecniche pratiche, ritengo che siano specchietti che illudono le persone di poter applicare concetti e tecniche immediate o risolutive, quando in realtà nulla che si possa dire in poche parole può essere davvero illuminante. Torno al concetto di relazione. Saper ascoltare le emozioni, le proprie in risonanza con quelle dell’altro. Una madre comprende il proprio bambino dal tono del pianto perché lo ama ed è in ascolto. Un professore attento non comprende la difficoltà di un alunno o di un’alunna da un cambio di scrittura, o dal rendimento, o della postura nel banco, ma dal proprio sentito interiore che dipende dalla sua risonanza affettiva con quell’alunno o alunna.

Sono cose che si sentono se si ha la disposizione e la possibilità di ascoltare. E queste sono cose che si imparano fermando la corsa alla performance e proseguendo nel proprio percorso di crescita personale. Si sviluppano nelle relazioni affettive o terapeutiche, che in un certo senso sono la stessa cosa, non con l’acquisizione di tecniche. L’unico vero mezzo per comprendere un allarme e per iniziare ad aiutare è l’ascolto emotivo, prima ancora che uditivo, di noi stessi nella relazione e nella risonanza con l’altro.

Vincenzo Maddalena

20 anni. Studente di lettere moderne all’Università degli Studi di Foggia. Appassionato di libri, musica, serie tv e film. Come obiettivo principale mi pongo sempre quello di far conoscere realtà, idee diverse e interessanti di cui non si parla molto o se ne parla in maniera disinformata. Speranzoso soprattutto di continuare questo percorso giornalistico con buoni risultati.
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