Non solo economia: l’olio extravergine di oliva è un motore di sostenibilità sociale per l’Italia
E’ quanto emerge da una ricerca svolta dall’Università Niccolò Cusano

L’olio extravergine di oliva non è solo un pilastro della dieta mediterranea e un asset strategico del Made in Italy. È un ecosistema sociale in grado di generare benessere, occupazione e coesione territoriale. È quanto emerge dallo studio condotto dal team di Scienze merceologiche dell’Università Niccolò Cusano – Prof.ssa Gabriella Arcese, Prof.ssa Maria Giovina Pasca, Dott.ssa Giulia Padovani e Dott. Dario Barberini – pubblicato sulla rivista internazionale The International Journal of Life Cycle Assessment.
La ricerca rappresenta una delle prime applicazioni della metodologia Social Life Cycle Assessment (S-LCA) al comparto olivicolo italiano, condotta secondo il framework UNEP 2020 e il nuovo standard ISO 14075:2024, con focus sul caso dell’eccellenza toscana Frantoio Franci.
Oltre il prodotto: quattro dimensioni sociali
Lo studio analizza la filiera su quattro macro-aree: benessere dei lavoratori, benefici per la comunità locale, relazioni con gli attori della filiera e trasparenza verso i consumatori. “La dimensione ambientale è essenziale, ma senza quella sociale la sostenibilità resta parziale. Solo integrando ambiente, persone e comunità possiamo parlare di vero sviluppo sostenibile”, afferma Dario Barberini.
I numeri di un comparto strategico
Secondo i dati ISMEA, la filiera conta 619 mila imprese olivicole e oltre 4.200 frantoi, per un fatturato di 5,8 miliardi di euro e un export che supera i 3 miliardi. L’Italia si conferma secondo esportatore mondiale, con circa il 20% del commercio globale di olio d’oliva.
Il settore resta però ad alta intensità di lavoro e rischio: i dati INAIL 2024 per l’agricoltura registrano oltre 26.000 denunce di infortunio e un aumento delle malattie professionali, a conferma dell’urgenza di investire in prevenzione. In questo quadro, Frantoio Franci emerge come best practice, con politiche formalizzate di salute e sicurezza, aggiornamento costante del DVR, formazione stagionale e un tasso di infortuni prossimo allo zero.
Territorio, DOP, IGP e oleoturismo
Con oltre 1,14 milioni di ettari coltivati, di cui il 24% biologico, l’olivicoltura è presidio contro l’abbandono delle aree interne. Centrale il ruolo delle certificazioni di origine: l’Italia vanta 42 DOP e 8 IGP. Nel 2024 la produzione certificata ha raggiunto 16.190 tonnellate (+31,1% sul 2023), per un valore al consumo di 258 milioni di euro.
La filiera di qualità genera ricadute dirette: occupazione locale, acquisti da fornitori di prossimità, manutenzione del paesaggio e sviluppo dell’oleoturismo, fenomeno in forte crescita grazie alle nuove offerte esperienziali legate agli oliveti.
Trasparenza e reputazione per tutta la filiera
La S-LCA si propone come strumento per misurare e comunicare l’impatto sociale:
per gli olivicoltori: contratti stabili, pagamenti puntuali e trasferimento di competenze;
per la distribuzione: tracciabilità completa, conformità ai criteri ESG e riduzione del rischio reputazionale;
per i consumatori: garanzia di un prodotto valutato non solo per le qualità organolettiche, ma per l’etica dell’intero processo produttivo.
Lo studio conclude che il futuro delle eccellenze agroalimentari italiane dipenderà sempre meno dal solo cosa si produce e sempre più dal come e dal con chi lo si produce.

