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Malocchio in Puglia: tra piatti rotti, mal di testa e riti segreti

Resiste la tradizione popolare, soprattutto in alcune zone della regione

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Un bicchiere che si rompe senza motivo, il bus perso per un soffio, un cerchio alla testa che non passa, una stanchezza addosso che non ti lascia. Una serie di sfortune? Per la tradizione popolare pugliese, no. È affascino. È malocchio.

Fino a pochi decenni fa, in molte case del Gargano, del Salento e dell’entroterra tarantino – da Martina Franca a Manduria, fino a Castellaneta – non c’erano dubbi: se un bambino aveva la febbre che non scendeva o un adulto un mal di testa ostinato che resisteva a tutto, la diagnosi era una sola.

Da dove viene la parola

Il termine che usiamo oggi ha radici antiche. Malocchio viene dal latino fascinum, che significa proprio maleficio, incantesimo. L’idea di fondo è semplice e potentissima: c’è un occhio cattivo, invidioso, che colpisce. Non serve toccare o parlare. Basta guardare. La persona colpita non ha colpa, se non quella di aver suscitato, anche senza volerlo, l’invidia di qualcun altro.

La credenza popolare fa una distinzione importante. Il malocchio quasi mai nasce per cattiveria volontaria. Proprio per questo i nostri nonni avevano un antidoto verbale: quando ti scappava un pensiero di invidia per una bella notizia, una casa nuova, un bambino sano, bastava chiudere quel pensiero con la parola “benedica”. Un modo per disinnescare l’invidia prima che diventasse sortilegio. Se non lo si diceva, allora serviva il rito.

Chi toglie il malocchio e perché non si paga

A togliere l’affascino, in Puglia, sono quasi sempre donne anziane. Donne che hanno imparato il rito decenni prima, a loro volta, da un’altra anziana. La regola, tramandata come una legge sacra, è ferrea: il segreto si può insegnare a un massimo di tre persone nella vita. Se si supera quel numero, il potere si perde, sia per chi insegna che per chi ha imparato. E un’altra regola non si discute mai: si fa gratis. Liberare qualcuno non può essere un lavoro, deve essere un favore. Un atto di carità.

Come si svolge il rito

Il rituale è quasi identico ovunque, dal Foggiano al Salento. Si fa al chiuso, con poca luce, spesso solo quella di una candela. Si inizia con una preghiera segreta, a bassa voce, incomprensibile a chi ascolta.

Poi arriva la verifica: un piattino bianco con dentro dell’acqua e poche gocce di olio d’oliva. È lì il verdetto. Se la goccia resta compatta e a galla, il malocchio non c’è. Se invece si allarga, si sfrangia, si dilata fino a scomparire, allora l’affascino c’è stato.

A quel punto l’anziana recita le formule. Quali? Nessuno lo sa davvero, se non chi ha ricevuto il rito. C’è chi giura siano preghiere antichissime, filastrocche in dialetto stretto con dentro nomi di santi. C’è chi sostiene, invece, siano parole forti, quasi bestemmie, sempre precedute da un “Gesù perdonami”, perché per scacciare il male, che per il popolo era direttamente il diavolo in forma piccola e quotidiana, serve una fede ancora più forte.

Finito di recitare, si rifà la prova dell’acqua e dell’olio. Solo quando l’olio resta fermo, il rito è riuscito.

Cosa c’è di vero?

Oggi sappiamo che il comportamento dell’olio ha una spiegazione fisica molto più semplice: dipende da quanto è sgrassato il piatto. Se è stato lavato bene con acqua calda e detersivo, l’olio resta a galla. Se è stato sciacquato velocemente con acqua fredda, restano invisibili tracce di grasso che fanno allargare subito la goccia.

Ma ridurre tutto a chimica sarebbe un errore. Il rito del malocchio non va deriso, né preso alla lettera. Va capito per quello che è: un pezzo di storia orale della Puglia, un modo antico che le nostre comunità avevano per dare un nome all’ansia, all’invidia sociale e alla paura di non avere controllo sulla propria vita. Un gesto di cura, gratuito, che ancora oggi fa sentire chi lo riceve meno solo.

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