
Nel borgo dei Monti Dauni il secondo allevamento d’Italia, tra tartufo e grasso nobile
C’è un maiale che sembra una pecora, che cammina lento nei boschi e che ha fatto del suo grasso una nobiltà. Si chiama Mangalica, viene dall’Ungheria degli Asburgo ed è arrivato fin quaggiù, sui Monti Dauni, dove Francesco Russo ha costruito quello che oggi è il secondo allevamento più grande d’Italia. Mercoledì 29 luglio 2026, a Roseto Valfortore, un convegno e una cena raccontano questa storia. Ma la storia vera, in fondo, è quella di un borgo di pietra che ha ancora tutto da dire.
Il maiale che venne dal freddo
Per capire cosa succede il 29 luglio a Roseto Valfortore bisogna tornare al 1833, quando in Ungheria l’arciduca Giuseppe d’Asburgo incrocia le razze suine locali con ceppi serbi e dà vita a un animale inconfondibile: manto riccio e lanoso, andatura tranquilla, corporatura tozza. Lo chiamano Mangalica, ma tutti lo conoscono come “il maiale-pecora”. Ne esistono tre varietà — bionda, rossa e ventre di rondine — e per un secolo abbondante il Mangalica è stato il maiale dell’Europa centrale, la riserva di grasso e di calorie di un continente che il grasso non lo temeva affatto.
Poi arriva il Novecento industriale. Arriva la carne magra, la crescita rapida, la resa al chilo. E il Mangalica, che cresce lento e ingrassa nobilmente, diventa un errore economico. Negli anni Novanta la razza sfiora l’estinzione: si contano poche centinaia di scrofe riproduttrici in tutto il mondo. A salvarla è un movimento di allevatori ostinati e il riconoscimento dello Stato ungherese, che ne fa patrimonio nazionale protetto.
Oggi il Mangalica è tornato. E ha fatto un viaggio che nessuno si aspettava: dalla Puszta ungherese ai boschi della Daunia.
Roseto Valfortore, capitale inattesa
Francesco Russo è chef e gestore della Locanda di Tullio e Amalia — la “Tulleje Mmalleje”, la Locanda della Mangalica — ed è allevatore. Un allevatore che ha scelto la strada più difficile: allevamento all’aperto, crescita lenta, cicli lunghi, animali che vivono nel bosco e che il bosco se lo mangiano — ghiande, radici, erba. Il risultato è un patrimonio zootecnico che colloca Roseto Valfortore, mille anime scarse in provincia di Foggia, al secondo posto in Italia per dimensione dell’allevamento di razza Mangalica.
È un dato che merita di essere letto bene, perché non parla solo di numeri. Parla di una scelta di posizionamento: in un Sud che troppo spesso insegue il prodotto altrui, qui si è costruita una filiera su un animale raro, difficile, lentissimo. Il contrario esatto della logica industriale.
“Grasso nobile”: perché il titolo del convegno non è uno slogan
Il claim scelto per l’evento — “L’oro di Mangalica – Grasso nobile” — è una dichiarazione di guerra a un pregiudizio. Il grasso del Mangalica è particolarmente ricco di acido oleico, lo stesso acido grasso monoinsaturo che rende prezioso l’olio extravergine d’oliva. Ha un punto di fusione basso, una struttura diversa da quella del suino convenzionale, una consistenza che i tecnici chiamano setosa e i cuochi, più semplicemente, magia.
Di questo parlerà il convegno sulle proprietà nutrizionali della razza Mangalica, in programma alle ore 18.00 presso la Locanda. Un parterre che tiene insieme istituzioni, scienza e racconto: il sindaco Lucilla Parisi, lo stesso Francesco Russo, il nutrizionista Lorenzo Carapelle, il presidente del GAL Meridaunia Pasquale De Vita, il giornalista ed enogastrosofo Yuri Buono, l’esperto di marketing territoriale Enzo Dota, il presidente della C.C.I.A.A. di Foggia Giuseppe Di Carlo e il consigliere nazionale ONAS Marco Contursi. Modera il giornalista Saverio Serlenga. Alle 21.30, la parola passa alla tavola: “Assaggi nobili di Mangalica”, con musica dal vivo di Silvano e gli Elettroni.
Il tartufo, l’altra metà del bosco
Perché tutto questo accade proprio qui non è un caso. I Monti Dauni sono terra di tartufo: neri pregiati, scorzoni, bianchetti che i cavatori conoscono albero per albero, in una geografia sotterranea che non sta su nessuna mappa e si tramanda a voce. Il tartufo e il Mangalica condividono lo stesso ecosistema — il bosco di querce, faggi e castagni — e la stessa filosofia: non si producono, si aspettano.
Roseto Valfortore, bandiera de “I Borghi più belli d’Italia”, è il contenitore perfetto di questa alleanza. Un borgo interamente costruito in pietra locale, scolpita per generazioni dagli scalpellini che ne hanno fatto un mestiere identitario: portali, archi, scale esterne, vicoli che si aprono su cortili e poi si richiudono, senza mai una linea dritta. Intorno, l’alta valle del Fortore, l’acqua, il silenzio, una natura incontaminata che non è formula da brochure ma condizione quotidiana.
Da luogo da visitare a luogo da vivere
Qui sta il passaggio culturale che l’evento del 29 luglio mette in scena, forse senza dirlo esplicitamente. Un salume, un tartufo, un piatto non sono la meta del viaggio: sono la porta d’ingresso a un territorio. Ogni prodotto può diventare un dispositivo narrativo — quello che il protocollo LocalTourism.IT definisce etichetta narrante ed etichetta parlante — capace di trasformare un acquisto in una relazione e un passaggio in una permanenza.
È la differenza tra vendere una fetta di lardo e vendere una notte in un borgo. Tra un turista che consuma e un viaggiatore che torna. Roseto Valfortore, con il suo maiale che sembra una pecora e i suoi tartufi che nessuno sa dove siano, ha in mano una narrazione che il mercato non sa ancora di volere.
Il 29 luglio, in fondo, non si parla solo di maiali. Si parla di che cosa vuole diventare questa parte di Puglia.


