Cultura e territorio

IPez: il brand foggiano che unisce creativamente il riciclo al dialetto


Foggia – “IPez” è un brand ideato da due ragazze foggiane, Federica Tonti e Giulia Ricciardi. Dopo la laurea conseguita presso l’Accademia delle Belle arti, hanno dato libero corso alla propria creatività attraverso la realizzazione di prodotti unici che vantano di un originale tocco di “foggianità”.

Il suo nome è “Pez”, o meglio “IPez”, anche se questa volta la tecnologia c’entra ben poco. Stiamo parlando di un marchio nuovo di zecca ideato da due giovani ragazze foggiane, Federica Tonti e Giulia Ricciardi, che pone al centro l’elemento distintivo, il punto di partenza di questa originale idea: le pezze (“i pezz” in dialetto foggiano).

Proprio così, le coloratissime pezze del rinomato mercato del Venerdì come fonte di ispirazione per un ambizioso progetto che ha la funzione di coniugare armoniosamente la lavorazione homemade con l’unicità del nostro dialetto, pozzo di ricchezza senza fondo. Un colpo di genio improvviso ha premiato le doti delle due amiche, precedentemente colleghe presso l’Accademia delle Belle Arti di Foggia, che hanno deciso di dedicarsi interamente all’artigianato dopo aver conseguito la laurea.

A dimostrazione di come, nel momento più delicato, quando le preoccupazioni e le perplessità sul futuro insorgono, un’intuizione possa essere la chiave di volta per un promettente nuovo inizio. È la passione per l’arte e la serigrafia a tracciare la strada, illuminata dalle spiccate capacità di Federica e Giulia, che non hanno mai smesso di credere nei propri sogni e che, nonostante tutto, a Foggia ci sono rimaste. Perché è proprio dal nulla che puoi creare tutto, ci spiega Giulia, soffermandosi su ciò che le ha spinte a restare in una realtà apparentemente limitante, ma capace di stimolare la creatività delle menti, permettendo a ognuno di emergere diversificandosi e sfruttando al meglio le opportunità che il territorio offre.

Così una scommessa senza grosse pretese si è trasformata in una potenziale opportunità. “Abbiamo iniziato a lavorare con le macchine da cucire delle nostre mamme” racconta Federica, più precisamente in una calda estate fatta di prove su prove, sperimentazioni su tessuti di ogni genere e aghi rotti. Il tutto per poter arrivare a un prodotto finale senza precedenti. Dalle prime, semplici tovagliette triangolari fino alle borse, dai segnalibri alle agende. Un progresso graduale, come una scala di colori che man mano diventano più nitidi, più vivi. Ma non finisce qui: a completamento risalta un inconfondibile tocco di marca dialettale al 100% foggiano. Su ogni prodotto è possibile trovare stampato un intramontabile detto popolare come “mazz e panell fann i figghij bell”, un suggerimento quale “aspé…famill scriv” o ancora un intraducibile modo di dire come “efess”.

Ad ogni situazione corrisponde una simpatica espressione dialettale che non solo funge da carta d’identità per il brand, ma fornisce un importante spunto di riflessione. Il dialetto è una risorsa del nostro bagaglio culturale, un medium sociale per la nostra collettività che, grazie alla sua singolarità unisce, accomuna e diverte senza alcuna necessità di traduzione. Oltre all’estetica, però, c’è una funzionalità ben precisa alla base. Utilizzare esclusivamente tessuti di seconda mano per ridargli una nuova vita, praticando il riciclo e limitando gli sprechi quotidiani. I tessuti, quindi, vengono acquistati presso la bancarella delle pezze, luogo per merito del quale tutto ha avuto inizio, anche se di recente ci sono state molte donazioni a sostegno del progetto.

Non a caso, il piccolo laboratorio che le ospita (Casa del Giovane Emmaus) è cosparso di cassette in legno colme di fantasiosi capi pronti ad essere lavorati. La piccola stanza riservata alle creazioni richiama alla perfezione lo spirito stravagante dell’attività, così come il logo raffigurante l’oblò di una lavatrice, che a noi piace immaginare in piena centrifuga di idee, colori e speranze.

Marilea Poppa

Ventenne, Studentessa di Lingue e Culture moderne e aspirante giornalista. Scrive di arte, letteratura e sport per testate giornalistiche online. Il suo motto è: “la cultura cura” (culture heals) a dimostrazione di come la promozione e la divulgazione della Cultura, in tutte le sue forme, possa essere una terapia vitale oltreché uno stile di vita.

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