Giuseppe Rosati: lo scienziato che donò a Foggia la modernità

Giuseppe Rosati ha avuto il merito di donare alla società civile di Foggia ...

Foggia Reporter

Foggia – Se si passeggia nei pressi della bella chiesa in stile barocco dell’Addolorata, tra le stradine del centro storico, lì dove ancora sorge quel che resta della Taverna del Gufo, ci si può imbattere in una targa commemorativa che ricorda al passante che lì, proprio in quel palazzotto, dimorava lo scienziato e filosofo Giuseppe Rosati.

Forse dire “filosofo” nel senso in cui lo si dice di altri illustri meridionali come un Vico o un Croce era rendergli un omaggio decisamente eccessivo; giacché Rosati, da buon foggiano, era uomo da “pane al pane, vino al vino”: “uomo di tutti i giorni”, come lo apostrofavano i suoi concittadini. Nelle sue opere possono, sì, rinvenirsi riferimenti sporadici ad Aristotele, a Montaigne o a Leibniz, ma il suo non fu mai un interesse rivolto alla sistematicità della pura speculazione, cui preferì le questioni tecnico-scientifiche in grado di risolvere difficoltà contingenti. In una sua ode all’oppio, sostanza che amò particolarmente, si ritrova persino un esplicito spregio della filosofia occidentale:

“Gli Asiatici molto più saggi dei nostri filosofanti europei si burlano di questi deliri e di tutta la nostra filosofica ciarlataneria. Conoscono molto bene quale sia il vero antidoto certo e sicuro da superare ogni angosciosa turbolenza del loro spirito. Una sufficiente dose di oppio soddisfa interamente questo loro pressante bisogno.

Un giudizio che denota  senz’altro una certa superficialità, più affine a quella del volgare senso comune che non a quella di un genuino “pensatore”. Questo bisogna riconoscerlo, senza inutili vanterie campanilistiche.

Cionondimeno, egli seppe guadagnarsi la stima della comunità scientifica europea; ma fu soprattutto un grande filantropo: medico, fisico, agronomo e geografo dal carattere rude e in più di un caso strafottente (qui si faceva sentire la sua “foggianità”: si racconta che non perdesse occasione per farsi beffa, anche pubblicamente, di nobili e potenti): passò la vita nel tentativo di migliorare le condizioni di vita dei foggiani, tenendo aperta la sua casa a quegli studenti che desiderassero nutrirsi del suo sapere.

A lui sono dedicate vie, il più caratteristico mercato cittadino, una scuola, il tempietto neoclassico che svetta sulla collinetta in fondo alla Villa Comunale. Come mai, ce lo siamo mai chiesti? Dobbiamo farlo, e darci risposta; ché non possiamo, da foggiani, non saperlo e rinunciar così a una parte così importante della nostra personalità. Rosati ci ha fatto quelli che siamo oggi: ci ha regalato una certa foggianità “moderna”.

Siamo nel XVIII secolo. E a Foggia il dibattito economico che a Napoli animava gli ambienti di corte da diversi decenni si era concentrato prevalentemente sul problema specifico che da secoli caratterizzava la Capitanata, ovvero il dualismo pastorizia-agricoltura. Intrinsecamente connesso all’esistenza dell’Istituto della Regia dogana della Mena delle Pecore di Foggia − il quale a sua volta divideva l’opinione pubblica tra difensori e oppositori – tale conflitto finì per catalizzare l’attenzione dei personaggi di maggior rilievo culturale della città e non solo, come lo stesso Rosati e Gaetano Filangeri.

Sull’onda delle recenti idee fisiocratiche provenienti dalla Francia, secondo cui l’agricoltura costituiva l’unica attività produttrice di nuova ricchezza per lo Stato, e dell’elaborazione delle idee liberiste che promuovevano soprattutto un commercio del grano più libero in opposizione alla logica mercantilista, nel capoluogo dauno venne messa in discussione una volta per tutte la superiorità di cui godeva da secoli la pastorizia a favore invece di una forte incentivazione delle attività agricole, prima su tutte la cerealicoltura.

Si arrivò, così, alla definitiva abolizione dell’istituto doganale da parte di Giuseppe Bonaparte decretata esattamente il giorno prima dell’istituzione, da parte dello stesso, della sopracitata Regal Società d’Incoraggiamento per le Scienze Naturali ed Economiche. In questo modo si realizzavano le condizioni necessarie affinché numerosi coloni, vessati da sempre dagli obblighi feudali, potessero trasformarsi in piccoli proprietari terrieri autonomi.

Quando anche a Foggia sorse la Società di Agricoltura, in seguito Reale Società Economica di Capitanata, che ricalcava il modello di quella istituita precedentemente nella capitale Giuseppe Rosati perseguiva già dal 1800 lo stesso intento educativo nella città tramite una scuola privata di agricoltura retta da lui stesso e a cui forniva il locale. A Rosati, inoltre, nel 1804 venne affidata la cattedra di agricoltura, voluta dal Comune di Foggia presso il Collegio dei Padri Scolopi (che ospitò tutte le cattedre accademiche della città sorte nell’Ottocento e soppresse dopo l’Unità). Come poteva, dunque, un personaggio autoctono già così addentro alla “missione” educativa non comparire anche tra i protagonisti della nascente Reale Società Economica?

Conviene qui ricordare che Rosati, oltre a vantare un legame familiare con l’illustre foggiano Pietro Giannone (il quale era stato uno dei pilastri portanti insieme a Giambattista Vico e a Paolo Mattia Doria nel panorama filosofico-culturale meridionale di inizio Settecento), si era reso attivo portavoce dello spirito illuminista nel contesto della provincia dauna. La sua formazione comincia nel Seminario di Troia grazie a suo zio, Don Bonaventura Rosati, a cui era stato affidato in quanto orfano, in seguito continua a Napoli dove supera l’esame di dottorato in filosofia e medicina. Rimasto deluso dall’esito del concorso per l’assegnazione della cattedra di fisica del Collegio militare, perché scavalcato illegittimamente da un favorito dell’imperatrice d’Austria, decide di far ritorno a Foggia dove si dedica con assiduo impegno all’arte medica, all’insegnamento privato ed al disegno, senza mai sottrarsi alle sue ricerche scientifiche e al dibattito economico dell’epoca.

Il “Newton delle Puglie” come verrà ricordato dai posteri, che «per la formazione e l’istruzione dei giovani profuse le sue migliori energie» (Tibollo, 1964), fu anche il primo ad assumere il titolo di Presidente della Società Economica di Capitanata il cui programma spaziava dalla storia patria alla topografia, dalla storia naturale alle scienze, alle lettere e alle arti. La vastità dell’impegno culturale dei soci appare ancor più immensa quando si tenga conto che, per statuto, la topografia comprendeva la geografia, la meteorologia e l’idrografia; la storia naturale impegnava i soci nella ricerca e classificazione delle piante della provincia in rapporto all’ambiente, nello studio dei boschi e delle foreste, delle malattie della specie umana in rapporto all’igiene degli abitanti, della pesca, e della mineralogia. A loro volta le scienze, le lettere e le arti erano messe in stretto rapporto con la loro influenza sull’economia, sulla statistica e sull’urbanità.

Dopo la morte di Rosati, sopraggiunta nel 1814, si registrò un periodo di decadenza dell’attività dell’Istituto che durò per ben due decenni. Nella fase di rinascita iniziata nel 1835 ebbero un ruolo di primo piano due soci particolarmente influenti: il Cav. Gaetano Lotti, allora Intendente di Capitanata e Francesco della Martora, segretario perpetuo della Società dal 1838 al 1884. Entrambi, non a caso, proprio in quegli stessi anni erano impegnati anche nelle procedure istituzionali che diedero vita alla prima Biblioteca di pubblica lettura di Foggia.

Con essa veniva aggiunto un grande e significativo tassello in quell’opera di diffusione della cultura tra le masse di proprietari terrieri, ex locati e contadini foggiani per cui Rosati aveva speso gran parte della sua esistenza e verso cui aveva cercato di incanalare i maggiori sforzi della Società economica di Capitanata. Tramite il loro operato, sia nel Consiglio direttivo della Società sia nel contesto dei lavori per la fondazione della prima biblioteca pubblica di Foggia, il Cav. Lotti e il segretario Della Martora riuscirono a mettere concretamente in atto il programma edificante che Rosati aveva voluto e che aveva senz’altro contribuito ad avviare, senza però vederne il compimento.

Insomma, con gran tempra pragmatica, Giuseppe Rosati ha avuto il merito di donare alla società civile di Foggia la sua modernità: svecchiando, nello spirito della Rivoluzione, gli apparati ancora vincolati a desuete logiche feudali; contribuendo al miglioramento della vita; mettendo in moto la macchina istituzionale affinché tutta la popolazione potesse, almeno potenzialmente, formarsi e istruirsi in piena autonomia.

Dobbiamo perciò essergli grati e ricordarlo sempre, facendo sì che il suo nome non decada a mero risuonar di sillabe e corrisponda a una vita, a un’esperienza, a un disegno: dobbiamo farlo perché siamo figli del suo progetto e dell’inesausto sforzo profuso per realizzarlo. Sforzo a cui sacrificò la sua stessa salute: la malattia che lo portò via dal mondo, infatti, la contrasse per l’intenso lavoro a cui si dedicò concedendosi pause pressoché inesistenti. L’indolenza, tra i principali difetti del foggiano medio, non era affatto nelle sue corde: chissà che il suo esempio non ci spinga a correggerla.

A cura di Antonio Lombardi e Maria Ciaccia