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Foggia, turni infiniti sull’ambulanza tra paura e stanchezza: il racconto di Martina

Foggia – Dolore, rabbia, preoccupazione, ansia e tanta stanchezza. Quella che vi proponiamo oggi è la testimonianza di una giovane infermiera dell’Asl Foggia, Martina Corvino, che ha voluto condividere con noi il racconto di un suo lungo e pesante turno sull’ambulanza Sanitaservice.

Impegnata in prima linea nell’emergenza Covid-19, ogni giorno, affronta giornate interminabili.

Le mascherine e gli occhiali protettivi lasciano segni che valgono più di mille parole, le tute bianche bagnate di sudore e la stanchezza di turni infiniti, la preoccupazione e la paura di crollare da un momento all’altro consumano i volti di tanti dottori e infermieri in questo momento.

Questa è la testimonianza di Martina, dedicate cinque minuti del vostro tempo al suo racconto. Non è fantasia, questa è la realtà, quella che stiamo vivendo.

“La mia sveglia suona. Sono ancora stanca, vorrei dormire qualche altro minuto. Ma devo alzarmi. Devo andare a lavoro e non posso portare il cambio alla collega che ha fatto la notte in ritardo.

Doccia al volo, asciugo i capelli, caffè, preparo un panino per il pranzo, preparo il borsone, mi vesto e scendo.

7.35 Sono in postazione. Saluto i colleghi. La collega mi ringrazia per essere arrivata in anticipo e per averle permesso di smontare dalla notte, così può tornare dai suoi bimbi, che ha lasciato a casa con la nonna, poiché le scuole sono chiuse.

Mi cambio velocemente, devo fare la check kist dell’ambulanza per controllare che tutte le apparecchiature medicali funzionino, che i farmaci siano al loro posto, che le bombole di Ossigeno siano cariche.

Mentre sono ancora occupata a controllare il mezzo squilla il telefono ‘’Donna al 9 mese di gravidanza ha le contrazioni, forse le si sono rotte le acque. La signora ha la tosse da qualche giorno e ha avuto contatti con un familiare positivo al covid’’

Chiudo il telefono, indosso la tuta, la mascherina, la cuffietta, doppio paio di guanti e copri scarpe. Si parteeee. Fai salire la ragazza a salire in ambulanza, valuta la situazione, rileva parametri vitali, rileva informazioni anamnestiche, accesso venoso e si parte verso il Ps, sperando che la donna non partorisca in ambulanza. Nel frattempo compilo il tablet, inserendo i dati personali della paziente e le informazioni cliniche-anamnestiche.

Arrivo in PS, per fortuna per le donne in attesa c’è un triage ostetrico-ginecologico dedicato. Ma ci sono altre donne ad aspettare il proprio turno. Arriva il nostro turno: l’infermiera fa alcune domande alla mia paziente per capire se dovrà andare nella zona pulita o nella zona grigia. Dopodichè accompagno la signora in reparto.

Il mio turno è appena iniziato e sono già sudata. Torno in ambulanza: si va a sanificare il mezzo. Il ragazzo che si occupa della sanificazione mentre ci butta il disinfettante sulla tuta, ci chiede se noi siamo la squadra della notte o della mattina.

Gli sorrido e gli dico che per fortuna noi siamo la squadra della mattina. Inserisce il macchinario in ambulanza, che deve rimanere 15 o 40 minuti a seconda della situazione (sanificazione standard o sanificazione ‘’Covid’’ a base di Ozono). Tolgo la tuta e tira vento, sono sudata e ho freddo. Indosso la felpa che avevo portato chiudendola in una busta di plastica e bevo un bicchiere d’acqua.

Mi siedo e squilla di nuovo il telefono: ‘’Dolore toracico e dispnea in paziente cardiopatico. In un paesino che dista 25 km da Foggia. Non ci sono altre ambulanze più vicine libere. Dovete andare voi’’

Chiedo al ragazzo quanto tempo manca per finire la sanificazione. Mi risponde che l’ambulanza deve arieggiare 5 minuti, perché all’interno c’è il gas sanificante. Non c’è tempo. La signora sta male e il paesino è lontano. Indossiamo al volo la tuta bianca e partiamo. Mentre l’ambulanza corre finisco di bardarmi per bene, con mascherina, guanti, visiera ecc.

Arriviamo a casa del paziente, un signore anziano che vive solo. Ad aspettarci con lui ci sono i vicini di casa, anche loro persone anziane, preoccupate per le sue condizioni di salute. Il signore è molto agitato, ed è evidente che respira male. Dopo aver rilevato tutti i parametri, collego l’ossigeno. Nel frattempo gli faccio anche un ecg dal quale escono alcune aritmie. Chiedo al signore se ha ecg precedenti per confrontarli con quest’ultimo, ma il signore è agitato e non è in grado di rispondermi.

Chiedo se avesse figli, nipoti o parenti con cui poter parlare e mi risponde che vivono tutti al nord. Chiedo al signore se vuole venire in ospedale, perché è importante che faccia ulteriori accertamenti, ma non vuole, rispondendo: ‘’se proprio devo morire, voglio farlo a casa mia’’.

Cerco di tranquillizzarlo e nel frattempo chiedo ai vicini di casa se avessero il numero di telefono dei figli del signore. Mi presento, spiego al figlio la situazione, e gli dico che sarebbe il caso che il papà venga in ospedale per fare dei controlli, anche perché non respira bene e ha bisogno di ossigeno.

Il figlio mi dice che avrebbe provato lui a far ragionare il padre, ma nulla. Il signore non vuole venire in ospedale. Mi richiama il figlio, chiedendomi di aiutarlo, perché vive troppo lontano e ha paura di non riuscire a rivedere il padre per l’ultima volta. Nel frattempo i colleghi continuano a parlare con il signore per tranquillizzarlo e per fargli capire che è il caso di venire in ospedale. Nulla. Non vuole. Dispiaciuta spiego al figlio che noi del 118 non possiamo portare una persona in ospedale contro la sua volontà.

Provo a convincere il signore per l’ultima volta, dopodichè, rassegnata, sono costretta ad andar via, perché ci sono altre richieste di soccorso in coda.

Mentre torniamo a Foggia, ripenso al signore, al figlio, e a come potessi sentirmi io se al posto di quel signore testardo, ci fosse stato mio padre. 

I miei pensieri vengono interrotti da un’altra chiamata: ‘’sospetta frattura di femore, e trauma cranico NC in seguito a caduta accidentale in casa’’. Partiamo, ma mentre siamo a metà strada, la centrale ci annulla l’evento perché si è liberata un’ambulanza più vicina. Sospiro di sollievo, l’autista spegne le sirene. ‘’forse riusciamo a tornare in postazione’’

E invece no!! All’ingresso di Foggia altra chiamata: ‘’Codice rosso, paziente incosciente e con dispnea’’. Ci rivestiamo e partiamo. Arriviamo a casa del paziente. È cosciente, respira bene, gli altri parametri sono buoni. Anche l’ecg è buono. I familiari ci chiedono di portarlo in ospedale per farlo ricoverare perché ha l’Alzheimer e non riescono a gestirlo a casa.

Spiego ai familiari che non è giusto occupare un’ambulanza per queste cose, perché mentre noi eravamo lì, se c’era qualcun altro che stava realmente male, non avrebbe trovato nessun’ambulanza disponibile.

Spiego che il 118 si chiama in caso di emergenza e che bisogna dire sempre la verità quando si chiama. Inoltre gli spiego che non dipende da noi l’eventuale ricovero del signore, e che il da farsi verrà deciso dal medico che eventualmente visiterà il paziente in ospedale.

I familiari vogliono che noi portiamo ugualmente il padre in ospedale e noi non possiamo rifiutarci. Arriviamo in ps e ci fermiamo al triage: ‘’percorso pulito’’. Entriamo, c’è parecchia gente che aspetta. C’è gente che sta più male del signore che abbiamo portato noi e quindi ci tocca aspettare in fila, così come avrebbe aspettato il figlio del signore se lo avesse accompagnato direttamente lui in ospedale.

Il 118 non ha una corsia preferenziale in pronto soccorso. Sfatiamo il mito del ‘’vado con l’ambulanza così mi sbrigo prima’. Solo l’emergenza vera ha una corsia preferenziale. Solo una persona che è realmente in pericolo di vita, viene visitata subito. Tutti gli altri, dovranno fare la fila.

Finalmente riusciamo a liberarci, un’infermiera ci dice che penserà lei al nostro paziente fino a quando non verrà visitato dal medico e che noi possiamo andare.

Saliamo in ambulanza e notiamo che sono quasi le 17 e noi non siamo riusciti a tornare per niente in postazione nemmeno per prendere il panino che ci eravamo portati.

Andiamo a sanificare e nel frattempo speriamo che tutti stiano bene e che non ci sia ancora bisogno di noi. Mentre il macchinario è in ambulanza, beviamo un po’d’acqua e il collega mi offre metà del suo panino che aveva nascosto nella tasca della divisa.

Ci richiamano ‘’Signora positiva al tampone per il Covid con dispnea’’. Ci rivestiamo e partiamo. Dal citofono ci dicono: ‘’4 piano, fate presto, non vorrei che i vicini di casa, vedendovi vestiti così dovessero pensare male’’.

Saliamo a casa della signora e le chiediamo gentilmente di indossare la mascherina chirurgica mentre ci siamo noi.

Sotto quelle tute bianche ci sono persone, che hanno paura di infettarsi, o peggio ancora di portare il virus dentro le proprie case e far ammalare i propri familiari.

Rileviamo i parametri vitali alla signora, che effettivamente desatura e ha bisogno di ossigeno. La signora è molto affaticata, non riesce a camminare e quindi dobbiamo portarla giù noi. La signora è molto pesante, iniziamo a sudare, la visiera si appanna, inizia a mancarci l’aria. La vista si annebbia e abbiamo bisogno di fermarci un attimo per prendere aria, e per non sbattere a terra.

Per fortuna arriviamo giù, sistemiamo la signora sulla barella e partiamo.

Il pronto soccorso covid è pieno, al momento non ci sono posti liberi e noi ci mettiamo in fila dietro le altre ambulanze che aspettano come noi. La signora è tranquilla, coperta, monitorizzata e con l’ossigeno attaccato. Noi siamo sempre più stanchi. Le orecchie fanno male perché la mascherina tira. La tuta di plastica si appiccica addosso con il nostro stesso sudore. Per qualche istante pensiamo di volerci staccare quella tuta di dosso, perché manca l’aria. Facciamo dei lenti respiri e piano piano ci sentiamo meglio.

La signora ci chiede come mai stiamo aspettando tutto quel tempo e noi cerchiamo di rassicurarla. Poi inizia a lamentarsi: ha freddo e deve fare la pipì.

Sono quasi le 20, finalmente riusciamo a lasciare la nostra paziente in Pronto Soccorso, consapevoli che non smonteremo mai in orario perché dobbiamo ancora fare la sanificazione del mezzo, quella che dura 40 minuti, con l’Ozono.

Terminata la sanificazione, ci rimettiamo in ambulanza per tornare in postazione. Siamo stanchissimi, infreddoliti e affamati. Non vediamo l’ora di tornare a casa. Ma ecco che squilla di nuovo il telefono: ‘’patologia traumatica, in seguito a lite familiare’’. Sul posto ci sono anche i carabinieri. Ci sono due persone che si insultano a vicenda e litigano su chi deve salire prima in ambulanza. Chiedo cosa si sono fatti e mi dicono che uno è stato spinto e l’altro si è preso uno schiaffo in faccia.

Faccio un enorme respiro e conto fino a 10 nella mia testa. (avrei voglia di tirarlo io uno schiaffo a tutti e due, se non la smettono). Riprendo la calma. Parlo con i carabinieri e nel frattempo vedo arrivare una seconda ambulanza.

Giustamente le persone coinvolte erano 2, e quindi sono arrivate due ambulanze. Due ambulanze che potevano servire per chi aveva realmente bisogno di aiuto. Entrambi vogliono andare in PS, per farsi refertare e per far partire la denuncia l’uno nei confronti dell’altro.

Nella mia testa penso che a quest’ora potevo già stare a casa, invece sto perdendo tempo dietro due ‘’scemi’’ che hanno litigato e che non si sono fatti niente.

Aaaaaah se facessero pagare l’ambulanza a chi sta bene e non ne ha bisogno, quante chiamate inutili si potrebbero evitare.

In ambulanza il mio paziente inizia a urlare parole e bestemmie contro l’altra persona coinvolta nella lite. Sento che la mia pazienza sta terminando. Gli dico che non mi interessano le loro motivazioni e lo invito a fare silenzio. Forse sarò sembrata acida, ma non ne posso più. Sono esausta.

Arrivo in ps, faccio sempre la stessa trafila, per il triage e per l’accettazione. Vado a sanificare e nel frattempo penso a ciò che potrei mangiare per cena.

Ma ecco che tutto il mio entusiasmo viene stroncato dall’ennesima chiamata. Mi rassegno e penso che non è umano lavorare per più di 14 ore di fila, senza potersi fermare un attimo. Codice rosso: arresto cardio-circolatorio. Si corre. Si tenta di fare l’impossibile ma nulla. Rianimazione cardio polmonare, defibrillatore, ambu, adrenalina, ma niente.

Dopo oltre 40 min, il medico constata il decesso. Qualche familiare urla per la disperazione, qualcun altro piange, qualcun altro ci ringrazia e ci vorrebbe abbracciare per aver provato di tutto. Un po’ di tristezza viene anche a noi, dispiaciuti per essere usciti da quella casa sconfitti.

Io e i colleghi andiamo a sanificare e finalmente riusciamo a smontare. Siamo stanchissimi. Torno a casa. Qui dormono già tutti. Evito di fare rumore, mangio qualcosa di caldo e mi butto sul letto. Prendo il telefono per ‘’svagarmi’’ un po’ prima di addormentarmi e leggo ‘’ambulanze girano con le sirene accese e senza paziente, per far spaventare la popolazione.’’ ‘’Il coviddi non esiste’’. ‘’di notte gli aerei lanciano il virus sulle nostre case’’ ‘’mio padre ha avuto un infarto e non c’erano ambulanze’’ ‘’la mascherina chirurgica fa male, non fa respirare bene’’.

Non ho voglia di rispondere a nessuno, ma vorrei invitare ognuno di loro a fare almeno mezzo turno sul 118, in pronto soccorso o nelle Rianimazioni. Beati loro che hanno il tempo per inventare tutte queste cazzate. Buonanotte”.

Annarita Correra

Mi chiamo Annarita Correra, ho 27 anni e amo raccontare storie. Credo che la bellezza salverà il mondo e per questo la cerco e la inseguo nella mia terra, la più bella del mondo. L’amore per la letteratura mi ha portato a conseguire la laurea triennale in Lettere Moderne e quella magistrale in Filologia Moderna. Ho collaborato con riviste online culturali, raccontando con interviste e reportage le bellezze pugliesi. La mia avventura con Foggia Reporter é iniziata cinque anni fa. Da un anno curo la linea editoriale del giornale, cercando di raccontare la città e la sua provincia in modo inedito, dando voce e spazio alla cultura e alle nostre radici. Mi occupo di web editor e creo contenuti digitali, gestisco la pagina Instagram del giornale raccogliendo e raccontando le immagini più belle delle nostra terra.

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