Cultura e territorio

#Tolò, come tre giovani menti vogliono rinnovare le imprese agroalimentari pugliesi

Vogliamo nuovamente parlarvi di un progetto PIN nato nel territorio della Capitanata per il settore agroalimentare, in particolare le piccole-medio imprese.

Il nome del progetto è #Tolò, il packaging narrativo. Un nome che appieno riassume l’essenza del progetto, ovvero un modo alternativo e nuovo di ripensare il modo e lo stile in cui si presentano non solo i prodotti in se, ma anche le stesse aziende che li producono.

ChiaraGiulio e Laura sono i giovani creatori di #Tolò e ci hanno gentilmente risposto ad alcune domande al riguardo.

-Quando e dove nasce il vostro progetto?

Il nostro gruppo, DDuMstudio, nasce dai tempi dell’università, nel lontano 2012, inquilini dello stesso appartamento che condividevamo a Pescara. Da sempre abbiamo avuto l’esigenza di accompagnare studi e ricerche teoriche ad azioni e gestualità e abbiamo coniato una parola per descrivere questo processo: #manintelligenti.

Lo abbiamo anche dipinto a caratteri cubitali sulla parete del nostro studio a San Marco in Lamis, sede operativa del nostro studio in cui ci siamo trasferiti da 4 anni.

Crediamo nell’importanza che i gesti siano pensati e che i pensieri abbiano bisogno di atti pratici. Crediamo che solo insieme il fare ed il sapere possono produrre valore.

-Su cosa lavorate esattamente?

Da semplice gruppo informale, DDuMstudio è diventato un lavoro a tempo pieno. Ci piace definire il nostro studio poco “ortodosso”. Crediamo nella potenza dei concept capaci di poter guidare il processo creativo e progettuale in maniera coerente da inizio a fine. Abbracciando campi differenti che spaziano dal design, al paesaggio e all’architettura.

Negli ultimi anni stiamo approfondendo l’esperienza di design legata al mondo del food e lo facciamo con progetti educativi, come il portafrutta “MELA-dì”, o anche progetti iconici come il tagliere in legno d’ulivo “BALé” che racconta tramite il design una storia della letteratura classica.

Ripensiamo gli imballaggi del cibo in modo che possono avere il più basso impatto ambientale pensando sempre alla seconda vita che l’oggetto può avere, il packaging del panettone, “Artù”, diventa un gioco per bambini, una corona, o ancora In-Vaso il packaging per delle bottiglie d’olio diviene oggetto di arredo e vaso per fiori.

Da settembre 2018 il settore del nostro studio dedicato al packaging e al food design si rafforza con #Tolò, il packaging narrativo, il progetto finanziato dalla Regione Puglia con ARTI Puglia nell’ambito PIN – Pugliesi innovativi. Tolò persegue ed evolve una strada già tracciata: ripensare gli imballaggi, la loro seconda vita e l’esperienza di design che il food porta con sé.

-Come nasce l’idea per questo progetto?

Il progetto Tolò, risponde a una domanda del territorio di riferimento, la Capitanata, e si rivolge alle piccole- medio imprese agroalimentari di eccellenza offrendo un servizio cucito su misura di progettazione e design dedicato attraverso la costruzione coerente di un’immagine coordinata che spazia dall’ideazione degli elementi grafici fino alla progettazione degli spazi commerciali, espositivi e di allestimento fieristici.

All’interno di tale strategia, il packaging diviene strumento di marketing, storytelling aziendale e sostenibilità ambientale donando una seconda vita agli imballaggi che da meri contenitori diventano strumenti educativi capaci di reinterpretare i valori e la filosofia aziendale ed essere contemporaneamente veicolo di promozione territoriale.

 -Chi sono le persone che ne fanno parte?

DDuM ha tre teste e sei mani, non siamo un mostro mitologico, ma un gruppo creativo e inter- disciplinare fortemente contaminato dal mondo dell’arte e del progetto, ed inevitabilmente appassionato di Sud.

Esploratori instancabili del design come atto e della narrazione come processo, raccontiamo storie, territori e persone attraverso cose, spazi e comunità. DDuM siamo Laura, Chiara e Giulio, tutti e tre pugliesi, amiamo il cibo semplice, in studio non possono mancare tarallini e pane con la crosta.

-Come sono stati per voi, dal punto di vista lavorativo, il periodo di quarantena e quello post- quarantena?

Abbiamo vissuto il periodo della quarantena come un momento di riflessione: durante la quarantena abbiamo progettato il nostro spazio esterno dello studio, un lavoro che rimandiamo da tempo, che a volte abbiamo arredato in maniera temporanea, ma che ora è divenuto urgente.

Una piccola terrazza in cui ripensare la distanza fisica ma non sociale, ma anche la propria interiorità e il valore della parola “pausa” nell’era post-covid. Una zona filtro prima dell’interno, ma anche spazio di sfogo nelle giornate sempre più sedentarie in studio.

Ed in questo senso crediamo che tutti dopo questo lockdown dovremmo tornare a prenderci cura dei nostri spazi, spazi intimi che tante volte abbiamo lasciato indefiniti, anonimi, di risulta.

Spazi non considerati che oggi tornano vitali: una stanza vuota a casa, un balcone, uno scantinato. Spazi che restituiscono valore anche alla solitudine intesa non più come privazione dell’altro, ma come riflessione su sé stessi e sul mondo.

Vincenzo Maddalena

20 anni. Studente di lettere moderne all’Università degli Studi di Foggia. Appassionato di libri, musica, serie tv e film. Come obiettivo principale mi pongo sempre quello di far conoscere realtà, idee diverse e interessanti di cui non si parla molto o se ne parla in maniera disinformata. Speranzoso soprattutto di continuare questo percorso giornalistico con buoni risultati.

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