Foggia, 10 ore in Pronto Soccorso a 83 anni: la denuncia di un figlio – “Mio padre non è un numero”
Arrivato in ambulanza alle 10:38, preso in carico alle 20:44 e dimesso dopo 23 minuti. "Non è una polemica contro chi lavora, ma una richiesta di chiarezza a chi organizza il servizio"

Ci sono esperienze che non possono e non devono essere taciute. Non per polemica, non per interesse personale, ma perché riguardano un diritto fondamentale: la salute e la dignità delle persone.
A parlare è Alessio Avantaggiato, che racconta quanto accaduto ieri mattina a suo padre, 83 anni, arrivato in ambulanza al Pronto Soccorso degli Ospedali Riuniti di Foggia.
“Ore 10:38 accettazione e primi accertamenti, tra cui prelievi ed elettrocardiogramma. Poi, il nulla. O meglio, un’attesa interminabile, senza informazioni adeguate, senza aggiornamenti e senza sapere quando qualcuno avrebbe fatto chiarezza sulle sue condizioni”.
Alle ore 17:00, dopo oltre sei ore, una prima chiamata. Un sospiro di sollievo che si rivela vano.
“Vengono ripetuti gli esami e, una volta terminati, si torna nuovamente in sala d’attesa. Ancora lì. Ad aspettare“.
Nel frattempo, racconta Avantaggiato, la tensione in sala d’attesa cresce, le discussioni tra pazienti e familiari si moltiplicano, persone esasperate decidono di andare via, altre cercano disperatamente notizie sui propri cari.
“Una situazione che coinvolge anche il personale presente, che non può essere considerato automaticamente responsabile di ogni criticità organizzativa. Ma proprio per questo è necessario distinguere tra chi opera in prima linea e chi ha il dovere di garantire che il servizio funzioni“.
Ore 20:44: l’83enne viene finalmente preso in carico.
Ore 21:07: viene dimesso.
Dalle 10:38 alle 20:44 sono trascorse oltre 10 ore. La permanenza si conclude dopo appena 23 minuti dalla presa in carico. Nel frattempo, i sintomi accusati dalla notte precedente erano scomparsi.
“Non intendo giudicare le decisioni cliniche, né stabilire quali accertamenti fossero necessari”, precisa Avantaggiato. “Ma da figlio e da cittadino mi pongo una domanda legittima: è accettabile che un uomo di 83 anni, arrivato in ambulanza, debba trascorrere una giornata intera in Pronto Soccorso senza ricevere informazioni adeguate? E se durante l’attesa le condizioni di un paziente cambiano, quali procedure garantiscono che venga rivalutato tempestivamente?”.
Una denuncia che, sottolinea, non vuole essere un attacco a chi lavora con dedizione.
“Questa non è una polemica contro chi lavora seriamente. È una richiesta di chiarezza rivolta a chi organizza, dirige e governa il servizio sanitario. Perché non è la prima volta che assisto, direttamente o attraverso persone a me vicine, a giornate interminabili in questo stesso Pronto Soccorso“.
Per questo Avantaggiato si rivolge ai vertici dell’ASL Foggia, alla Direzione degli Ospedali Riuniti e a chi ha responsabilità nella programmazione sanitaria regionale:
- Quali sono le cause di attese così prolungate?
- Quali misure vengono adottate per garantire un’adeguata rivalutazione dei pazienti durante l’attesa?
- Come si intende assicurare ai familiari informazioni tempestive e comprensibili?
- Quali interventi concreti sono previsti per migliorare l’organizzazione del servizio?
“La sanità pubblica non si misura attraverso gli annunci o le promesse. Si misura quando un cittadino sta male e ha bisogno di essere assistito. La politica regionale ha il dovere di garantire servizi efficienti, accessibili e dignitosi”.
“Mio padre è tornato a casa e ne sono sollevato. Ma questo non cancella la preoccupazione vissuta né le domande che rimangono. Oggi è successo a mio padre. Domani potrebbe succedere a chiunque di noi. Non chiedo privilegi. Non chiedo raccomandazioni. Non chiedo corsie preferenziali“.
E conclude:
“Chiediamo una sanità che funzioni, rispetto per i pazienti e responsabilità da parte di chi è chiamato a garantirli. Perché un uomo di 83 anni non è un numero, una pratica o una presenza da dimenticare in una sala d’attesa. È una persona. È il padre di qualcuno. È un cittadino che ha diritto alla propria dignità. La sanità pubblica è un diritto, non un favore”.

