Crediti Foto: Terre di Campania

Federico II di Svevia, da “Anticristo” a “Stupor Mundi”: ecco la storia dell’imperatore che amava Foggia

Viaggio intorno alla stravagante figura dell’imperatore medievale

Foggia Reporter

Foggia – Sarebbe alquanto riduttivo racchiudere, in poche battute, la storia dell’imperatore Federico II di Svevia, una delle figure più carismatiche del Medioevo. La complessità e la vastità delle vicende che lo hanno riguardato, unita a una personalità così poliedrica e stravagante, hanno contribuito a delineare un modello di sovrano rivoluzionario, che vanta – ancora oggi – di un fascino e di una fortuna ineguagliabili.

Sin dalla nascita la vita di Federico II di Svevia sembra contrassegnata da un destino misterioso, fondato sul simbolismo, sulla numerologia e su una serie di episodi singolari che destarono scalpore all’epoca così come ai giorni nostri. Il 26 dicembre del 1194 a Jesi, sotto una tenda montata in pubblico, Costanza D’Altavilla, in età notevolmente avanzata per dare alla luce un figlio, partorì il futuro imperatore dinanzi all’incredulità delle donne del posto.

Già le circostanze della nascita apparvero ambigue: risaltò, in particolare, la strana assonanza tra i nomi “Jesi” e “Gesù”, oltre alla data di nascita avvenuta nel giorno successivo a quella del Salvatore. Lo stesso imperatore non mancò di paragonare la sua città natale a Betlemme e sua madre, Costanza, alla Vergine. Affermazioni scottanti e sorprendenti, che caratterizzarono la vita del sovrano, talvolta compromettendola (vedasi la durissima diatriba con la curia). In antitesi agli appellativi che lo etichettarono come “Anticristo” o “bestia furiosa” diffusi dalla propaganda papale dopo ben tre scomuniche a suo danno, Federico passò alla storia ribattezzato come “Stupor Mundi” (stupore del mondo) o “Puer Apuliae” (fanciullo delle Puglie).

Indubbiamente la meraviglia che suscita questa figura scaturì dalla somma di più fattori. L’imperatore era dotato di una personalità ricca di affascinanti sfumature: conosceva varie lingue (tra cui l’arabo), era solito circondarsi dei migliori sapienti del tempo e si dilettava praticando la caccia con i suoi amati falconi. Questa smisurata passione lo vide protagonista di un simpatico aneddoto: una mattina abbandonò addirittura il suo esercito per dedicarsi interamente alla caccia, incappando così in una umiliante sconfitta. La predilezione per gli ampi spazi verdi della nostra pianura era dettata anche da un profondo legame con la natura, nella quale spiccano le fortezze che lo ospitarono.

Esempio lampante è il magnifico palazzo imperiale fatto costruire a Foggia, sede imperiale, dove Federico si intratteneva attorniato dalla sua corte. Si diceva che a tavola prediligesse un’alimentazione a base di pesce, ordinando al cuoco di far pervenire i migliori pesci del Lago di Lesina per preparare lo “scapece” (pesce fritto e marinato nell’aceto).

Alla nostra città è legato un ulteriore episodio tratto dal “Quaternus Excadenciarum Capitanate”, un registro della cancelleria contenente una serie di informazioni (su case, terreni, nomi e quattrini) che raccolte e ricomposte a mo’ di puzzle ci forniscono una fotografia della realtà sociale della Capitanata del XIII secolo. E’ segnalata la presenza, nel quartiere di San Giovanni del Tempio, di due donne inglesi, Magdala e Agnese, che probabilmente furono le dame di compagnia di Isabella d’Inghilterra, l’infelice sposa dell’imperatore morta proprio a Foggia.

Non conosciamo precisamente l’identikit dell’imperatore, eccetto per qualche descrizione redatta dalle cronache, ma sappiamo che al suo fascino cedettero molte delle sue amanti. La nostra città, però, non fu soltanto luogo di svago, di piacere e di calorosa accoglienza. Nel settembre del 1229 fu la stessa Foggia a provocare un forte sentimento di dolore nell’imperatore, chiudendogli le porte in faccia dopo la rottura con la Chiesa e costringendolo a rifugiarsi altrove. Fu proprio in quella circostanza che Federico pronunciò le celebri parole: “Fogia, cur me fugis, cum te fecit mea manus?” (Foggia, perché mi sfuggi, giacché la mia mano ti costruì?). Effettivamente fu merito del suo attaccamento che la nostra città divenne un brillante centro dalle mille potenzialità.

Peraltro, non è un caso se le viscere e il cuore di Federico (estratte durante l’imbalsamazione) furono racchiusi in un’urna di marmo, sostenuta da quattro colonne di marmo verde e situata vicino alla parte interna della facciata della Cattedrale di Foggia. L’urna scomparì probabilmente durante i lavori di rinnovamento del Duomo, ma parte di quel monumento potrebbe essere ancora visibile nella nostra cattedrale.

Le due colonne di marmo verde che si alzano sull’altare dell’Iconavetere potrebbero essere parte dell’antico sostegno dell’urna sveva. Non esistono documenti che possano confermare questa suggestiva ipotesi, ma nel mentre possiamo godere delle tracce e del piacevole ricordo lasciatoci dall’imperatore.

Fonte: Savino Russo: “Federico II di Svevia”