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Come si tiene insieme un oggetto: breve storia dei sistemi di fissaggio

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C’è una categoria di oggetti che usiamo migliaia di volte senza guardarli mai. Non hanno una funzione propria, non fanno nulla da soli e diventano visibili solo quando cedono. Sono i sistemi di fissaggio: chiodi, viti, rivetti, bulloni, perni.

Eppure la storia della tecnica si potrebbe raccontare interamente da questo punto di vista. Ogni volta che l’umanità ha imparato a unire due materiali in modo più affidabile, ha potuto costruire qualcosa che prima era impossibile.

Prima del metallo: incastro, legatura, colla

Le prime soluzioni non prevedevano ferramenta. Il legno si univa a se stesso attraverso incastri, una tecnica portata a livelli straordinari nella carpenteria navale e, in Oriente, nell’architettura templare giapponese, dove intere strutture stanno in piedi senza un solo elemento metallico.

Accanto all’incastro c’erano le legature, con corda o tendine animale, e gli adesivi naturali, dalla pece alle colle di origine animale.

Il limite di questi sistemi non era la resistenza ma la ripetibilità: dipendevano interamente dall’abilità di chi li eseguiva e non erano standardizzabili.

Il rivetto: la prima unione veramente industriale

Il rivetto ha una storia lunghissima. Se ne trovano esempi nell’oreficeria antica e nelle armature. Ma il suo momento arriva con la rivoluzione industriale.

Le caldaie a vapore, i ponti in ferro, gli scafi delle navi metalliche del diciannovesimo secolo erano tenuti insieme da rivetti battuti a caldo. La squadra di rivettatori era una figura professionale precisa, con ruoli definiti: chi scaldava, chi lanciava, chi teneva, chi ribatteva.

Il Titanic ne aveva oltre tre milioni. La Tour Eiffel circa due milioni e mezzo. Nell’analisi successiva ai grandi disastri navali, la qualità dei rivetti è stata uno degli elementi indagati, perché un’unione fatta con materiale non omogeneo si comporta diversamente sotto carico.

Il rivetto ha una caratteristica che lo rende ancora oggi insostituibile in molte applicazioni: è un’unione permanente che non si allenta con le vibrazioni. Per questo l’aeronautica lo ha adottato massicciamente e continua a usarlo.

La vite e il problema della standardizzazione

La vite come principio è antica: la vite di Archimede sollevava acqua duemila anni fa. Come elemento di fissaggio prodotto in serie è invece recente.

Il problema non era realizzarla, ma renderla intercambiabile. Fino alla metà dell’Ottocento ogni officina produceva filettature proprie, e una vite non entrava nel foro filettato da un’altra bottega.

La soluzione arriva con la normazione dei profili di filettatura, prima in Gran Bretagna, poi negli Stati Uniti, infine con i sistemi metrici europei. È una delle rivoluzioni meno celebrate della storia industriale, eppure senza di essa non esisterebbero né la produzione di massa né la manutenzione come la conosciamo.

Oggi un’azienda produttrice di rivetti e viteria lavora contemporaneamente su decine di famiglie normate e su articoli realizzati a disegno per applicazioni che le norme non coprono, gestendo materiali molto diversi tra loro: acciaio, ottone, rame, alluminio, ciascuno con un comportamento proprio sotto deformazione.

Perché il materiale cambia tutto

Un aspetto controintuitivo dei sistemi di fissaggio riguarda l’accoppiamento dei materiali.

Unire due metalli diversi con un elemento di un terzo metallo può innescare corrosione galvanica: in presenza di umidità si crea una pila e il metallo meno nobile si consuma. È il motivo per cui in ambiente marino la scelta dei materiali di fissaggio è un tema tecnico serio e non una questione di prezzo.

Allo stesso modo, la dilatazione termica differenziale tra elemento di fissaggio e materiale fissato genera sollecitazioni cicliche che nel tempo possono portare a cedimenti. Nei settori dove le escursioni termiche sono ampie questo diventa un criterio progettuale.

Il fissaggio come scelta di progetto

Nel design industriale contemporaneo la scelta del sistema di unione ha smesso di essere una decisione tecnica di dettaglio.

Se un prodotto va smontato per la manutenzione o il riciclo, servono unioni reversibili: viti, bulloni, clip. Se deve resistere alle vibrazioni per decenni senza manutenzione, meglio unioni permanenti. Se il peso è critico, entrano in gioco incollaggi strutturali e rivettature speciali.

Le normative europee sulla progettazione per il riciclo stanno spingendo verso soluzioni smontabili, invertendo una tendenza durata decenni verso l’incollaggio e la saldatura. Un oggetto che non si può aprire non si può riparare, e un oggetto che non si può riparare si butta.

Un dettaglio che racconta molto

C’è un modo semplice per capire come è stato pensato un oggetto: guardare come è tenuto insieme.

Viti a vista significano che qualcuno ha immaginato che potesse essere aperto. Incollaggi e saldature significano il contrario. Non è una questione estetica, è una dichiarazione sul ciclo di vita previsto.

È forse l’unico caso in cui l’elemento meno visibile di un prodotto racconta con più chiarezza le intenzioni di chi lo ha progettato.

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