Non è un allarme generalizzato, ma un rallentamento che si vede. Dalla mezzanotte tra il 15 e il 16 ottobre gli autotrasportatori di Sicilia e Calabria hanno spento i motori. Un fermo di 120 ore, fino alle 24 di lunedì 20 ottobre, proclamato da Fedralog e Comitato Trasporto Siciliano. In Puglia, Basilicata, Campania e Molise la protesta si è manifestata con presidi spontanei ai caselli, nei porti e nelle aree industriali, da Gioia Tauro a Palermo, dal Foggiano al Brindisino.
La ragione è una sola, spiegano le associazioni: il gasolio non è più sostenibile.
Il prezzo medio in autostrada ha sfiorato i 2,296 euro al litro in modalità self, 2,257 euro sulla rete ordinaria. Secondo il Codacons l’aumento è di quasi il 40% rispetto allo stesso periodo del 2025, con un aggravio di oltre 30 euro a pieno.
Per chi trasporta merci conto terzi, il carburante è arrivato a pesare più del margine.
Le conseguenze sulla spesa
Gli effetti non riguardano ancora tutta Italia, ma il Mezzogiorno. Le imprese della grande distribuzione segnalano una gestione delle scorte più complessa e qualche consegna in ritardo. I prodotti più esposti sono quelli a rotazione rapida: frutta, verdura, latte, carne.
Se il camion non parte, la catena del freddo si interrompe e l’ortofrutta rischia di restare nei magazzini agricoli. Non è solo un problema di scaffali, è una perdita economica per le aziende agricole che non riescono a consegnare.
Al momento non ci sono stime ufficiali su un aumento dei prezzi al consumo legato direttamente a questo fermo. Quello che è certo è che quando i costi di trasporto salgono, una parte tende a scaricarsi lungo tutta la filiera.
Lo scontro sul Dpcm dei magistrati
Proprio mentre la protesta cresceva, dal Governo è arrivato un annuncio che ha collegato due crisi diverse.
Giorgia Meloni, intervistata telefonicamente dal direttore dell’Adnkronos Davide Desario, ha detto di non voler firmare il Dpcm che attua due sentenze del Consiglio di Stato del 2025 sugli adeguamenti retributivi dei magistrati.
“Direttore non firmerò. Se il Consiglio di Stato lo riterrà opportuno, nomini pure il commissario. Ciascuno si assumerà le proprie responsabilità“, ha dichiarato. E ancora: “In coscienza non posso mettere la mia firma su un Dpcm con il quale dovrei destinare quasi un miliardo di euro agli aumenti di stipendio dei magistrati“.
La premier ha poi esplicitato il collegamento con la crisi dei trasporti: la cifra richiesta per i magistrati “È dieci volte tanto rispetto a quello che sto cercando solo per affrontare il tema dell’autotrasporto e impedire che si blocchi la consegna delle merci in tutta Italia”.
Per il settore, secondo le prime valutazioni, servirebbero almeno 100 milioni di euro per interventi sulle accise e sui costi di esercizio. Il miliardo per i magistrati, sostiene Palazzo Chigi, è incompatibile con quelle priorità.
Ora la palla passa al Consiglio di Stato, che potrebbe nominare un commissario per dare esecuzione alle sentenze, e al tavolo del 20 ottobre al Ministero dei Trasporti a Milano, dove le associazioni sono state convocate.
Fino ad allora, in Puglia e nelle regioni interessate, l’invito della distribuzione è a non creare corse agli acquisti: le forniture ci sono, ma viaggiano più lentamente.
