Scavi archeologici e comunicazione, la protesta degli accademici: Volpe scrive al soprintendente

FOGGIA – Torna un motivo di attrito tra il mondo della ricerca universitaria e le Soprintendenze. A riaccendere la polemica è un atto di indirizzo firmato dal soprintendente all’Archeologia, Belle arti e Paesaggio per Brindisi, Lecce e Taranto, Antonio Zunno, che impone agli archeologi universitari di sottoporre preventivamente alla Soprintendenza tutte le informazioni sugli scavi destinate ai media. Un controllo che, nei casi ritenuti opportuni, potrebbe arrivare fino alla censura dei contenuti, con la minaccia estrema della revoca della concessione di scavo in caso di inadempienza.

Il provvedimento, motivato dalla necessità di tutelare i siti archeologici da possibili saccheggi, ha suscitato una dura reazione del mondo accademico pugliese. A dar voce al dissenso è una lettera della giunta della Federazione delle Consulte universitarie di archeologia, presieduta da Giuliano Volpe – già Magnifico rettore dell’Università diFoggia – che contesta nel merito e nel metodo la disposizione.

«Colpisce – scrive Volpe – la velata accusa nei confronti dei concessionari universitari, quasi fossero oggettivi alleati degli scavatori clandestini», come se la comunicazione pubblica delle attività di ricerca servisse a segnalare i siti ai “tombaroli”. Un’ipotesi giudicata infondata e offensiva per una comunità scientifica che da sempre opera con rigore e responsabilità.

Nella lettera si ribalta l’assunto della Soprintendenza: non è il silenzio, ma una comunicazione corretta e consapevole a rappresentare uno strumento efficace di tutela. «Chi conosce davvero il fenomeno degli scavi clandestini – sottolinea Volpe – sa che i saccheggiatori non hanno bisogno di articoli o post sui social per individuare i siti. Al contrario, la sensibilizzazione dell’opinione pubblica è un dovere etico e un presidio di protezione».

Secondo gli accademici, cittadini informati e consapevoli tendono a percepire il patrimonio culturale come un bene comune, da difendere anche segnalando tempestivamente attività illecite alle forze dell’ordine. Una linea, questa, già praticata dagli archeologi, tradizionalmente prudenti nel divulgare dettagli sensibili: la localizzazione precisa dei siti viene resa nota solo dopo la messa in sicurezza dei reperti.

Per Volpe e la Federazione, l’atto di indirizzo appare dunque come un eccesso di zelo, se non una misura tardiva e inefficace. I “tombaroli”, osservano, conoscono già da tempo le aree più appetibili: limitare la comunicazione scientifica rischia solo di indebolire il rapporto tra ricerca, istituzioni e società civile, senza reali benefici per la tutela del patrimonio.

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