Matteo Salvatore: la storia di un genio vissuto tra follia e dannazione

Un omaggio al cantastorie di Apricena, una personalità geniale e dannata

Foggia Reporter

Autore di melodie popolari, Matteo Salvatore è stato definito come l’ultimo cantastorie di una terra generosa e avida allo stesso tempo. Considerato un maestro e apprezzato da artisti come Renzo Arbore e Vinicio Capossela, Matteo Salvatore è stato protagonista di una vita rocambolesca e tutt’altro che priva di colpi di scena.

I suoi brani risuonano tutt’oggi nell’immaginario collettivo popolare. “Le parole di Matteo Salvatore noi le dobbiamo ancora inventare”: una frase concisa, come una sentenza, quella dello scrittore Italo Calvino, capace di riassumere con estrema semplicità la dote di visionario e precursore dei tempi di Matteo Salvatore, uno dei cantastorie più amati del Mezzogiorno Italiano.

Abituato sin da ragazzino a lavorare sotto il sole cocente dell’ardente pianura del Tavoliere, il cantautore riuscì a
trasformare in musica la fatica e la sofferenza del duro lavoro nei campi, incentrato sullo sfruttamento e sui
maltrattamenti che i padroni riservavano ai braccianti: in breve, quello che oggi conosciamo con il termine di caporalato (dal brano “Padrone mio ti voglio arricchire”). Solo una piccola fetta di una vita trascorsa nel segno della povertà e della miseria, temi principali del repertorio musicale dell’artista.

Nato in una famiglia di origini molto umili, Matteo ricordava la sua infanzia con l’immagine di un pezzo di pane duro, reperito grazie ai sacrifici di una madre che elemosinava cibo nascondendolo nella veste per poi offrirlo ai propri figlioli, di ritorno da una polverosa strada di campagna. Un misero pezzo di pane vecchio marcato con “lu
segnal” dal padre di famiglia, come a voler sottolineare l’importanza attribuita a quell’alimento, unica certezza al fronte di una precarietà che lo accompagnò per tutta la vita.

Alla durezza dei tempi si contrapponeva la dolcezza della sinfonia di una chitarra che il giovane imparò a suonare da un violinista cieco della cittadina e che fungeva da base per antiche canzoni tratte dal patrimonio folkloristico pugliese. E’ proprio in questo modo che Matteo mosse i primi passi come artista emergente in una realtà dominata
dalla povertà e dall’arretratezza. Negli anni ’50, l’emigrazione per mancanza di lavoro lo costrinse ad abbandonare la regione alla volta della capitale, in cerca di fortuna per un futuro migliore.

A Roma, meta privilegiata da giovani artisti affascinati dal successo, fu una baracca a fargli da casa, in un ambiente
metropolitano inquinato dal rumoreggiante traffico e dagli spostamenti di massa. In una realtà completamente distante da quella di partenza, Matteo imbracciò una chitarra nuova di zecca per intonare canzoni napoletane nelle trattorie e nei locali più in voga, accerchiato da grandi personalità dello spettacolo, tra le quali spiccava quella del regista Giuseppe De Santis, che lo convinse a tornare a cantare le canzoni della terra natia, caratterizzate dall’inconfondibile marchio dialettale.

A segnare simbolicamente la sua ascesa fu un registratore a filo (oggetto sconosciuto al cantautore) donatogli in regalo proprio dallo stesso amico regista. Furono dunque i brani storici ad assicurargli una discreta fama: quelli che raccontano della “povera gente meridionale” descritta metaforicamente come un gregge di pecorelle senza pastore (dal brano “Sempre poveri”), della disparità tra classi sociali, del duro lavoro che non scalza mai del tutto la fame e dei ricordi di un’infanzia vissuta giocando a piedi nudi in una piazza.

Nel suo periodo migliore conobbe la cantante Adriana Fascetti, in arte Adriana Doriani, alla quale si legò per ben 15 anni. Adriana fu la sua prima ammiratrice, la sua àncora e non solo. Gli insegnò a leggere e a scrivere, a mettere per iscritto i propri testi e a migliorare le proprie tecniche chitarristiche, cercando di scongiurare l’ignoranza nella quale il cantastorie era cresciuto. I due si esibirono in coppia sui palchi dei teatri, in vari programmi televisivi, nei tour all’estero. Un amore intenso e passionale, che divenne purtroppo causa di morte.

Nell’anno 1973, all’apice della sua carriera, il sodalizio della coppia si ruppe probabilmente a causa dell’ossessiva gelosia del cantastorie, che sfociò bruscamente nell’uccisione della compagna, poche ore prima di un concerto. Matteo venne condannato a 7 anni di carcere, di cui scontò soltanto 4, restando nell’oscurità di una solitudine che lo portò lentamente al crollo. Gli anni precedenti alla sua morte, avvenuta nell’agosto 2005, trascorsero nella povertà di una dignitosa casa nel paese d’origine, nel quasi anonimato e nell’abbandono da parte della sua famiglia, con la quale aveva condiviso le ristrettezze della vita. Matteo Salvatore non raggiunse mai la fama o la ricchezza con la sua musica, ma fu proprio attraverso la bellezza di quest’arte che riuscì a salvare la sua vita.

A cura di Marilea Poppa