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Lucera, il sindaco Giuseppe Pitta si (auto)candida per il secondo mandato ma il quadro politico resta indefinito

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Esiste un annoso proverbio appartenente alla tradizione popolare di Lucera che recita: «Se mène annànze pe nen cadè».

Tradotto: Si spinge in avanti per non cadere.

Un’espressione che ben delinea l’atteggiamento di chi, temendo un tonfo o un errore, decide di anticipare gli eventi in modo smaccato, nel tentativo di limitare i danni prima che diventino tangibili e ineluttabili.

In questa chiave di lettura, calza a pennello l’ultima pittanata del sindaco Giuseppe Pitta che, senza alcuna remora, ha ufficializzato la propria ricandidatura tappezzando le vetrine del suo nuovo comitato elettorale, ostentatamente collocato in piazza Duomo — stabile di proprietà familiare, dove fino a poco tempo fa si trovava la nota Cremeria al Duomo — con affissi recanti la scritta «PITTA SINDACO», corredati da fotografie che lo ritraggono con la sua ormai inscindibile fascia tricolore.

E se il suo ex padrino politico Antonio Tutolo — rieletto in Consiglio regionale lo stesso giorno in cui Pitta ha deciso di adornare il proprio locale — ama giocare con le preposizioni semplici, tra «CON Emiliano» e «PER la Puglia», anche il primo cittadino di Lucera non è da meno e si diverte a rinnovare i pronomi personali.

Invero, sulla porta d’ingresso risalta quello che dovrebbe essere lo slogan cardine del suo velleitario progetto politico alla ricerca della seconda sindacatura: «Lucera secondo voi». Una sorta di terza declinazione di un claim già noto, nato come «Lucera secondo me» e successivamente mutato in «Lucera secondo noi», che ha accompagnato il percorso iniziale — rispettivamente nella fase di ascolto individuale della comunità e in quella successiva di lavoro collettivo di co-progettazione — verso la candidatura di Lucera a Capitale italiana della Cultura 2026. Un percorso che si è poi concluso con la proclamazione della città a Capitale della Cultura di Puglia 2025 poiché unico Comune del tacco dello Stivale candidato alla competizione nazionale e capace di ritagliarsi un posto tra le dieci finaliste. 

L’iniziativa “Lucera Capitale” — durata tre lunghi anni, a partire dalla candidatura presentata nella seconda metà del 2023 e conclusasi formalmente qualche settimana fa allo scoccare della mezzanotte dell’ultimo dell’anno — con una spesa complessiva pari a circa due milioni di euro per l’insieme delle attività e degli interventi messi in campo, incluse risorse pubbliche dirette e contributi regionali erogati durante l’anno culturale, si conferma dunque come una lungimirante operazione concepita ad hoc per costruire un traballante trampolino di lancio verso una nuova campagna elettorale, in vista delle imminenti elezioni comunali della prossima primavera.

La buona creanza politica imporrebbe che un candidato sindaco non si autodesigni artatamente, ma venga delegato da terzi, selezionato all’interno di un perimetro politico chiaro, condiviso e fondato su un solido programma di coalizione concreto e, soprattutto, su una nitida appartenenza a partiti e/o liste civiche dichiarate.

Esattamente l’opposto di quanto messo in scena dalla volpitta.

In una sana dinamica antitetica alla realtà che emerge, le compagini politiche dovrebbero presentare un candidato, non il contrario. E per quanto concerne a quelle riconducibili a Pitta, esse appaiano ancora statiche e in uno stadio embrionale, poco più che alla posa in opera.

Scevra dunque di un’entità politica coerente e compiutamente definita, la sua ricandidatura si fonda sostanzialmente su un famigerato documento redatto sul finire dello scorso luglio e sottoposto all’attuale maggioranza in Consiglio comunale, con il quale si chiedeva l’adesione preventiva al sostegno del secondo mandato.

Un testo che, per sua stessa natura, riflette la composizione eterogenea di quella maggioranza — un autentico guazzabuglio in cui convivono forze dai colori politici tutt’altro che complementari, come Forza Italia e Partito Democratico — e più che espressione di una visione condivisa di amministrazione, è apparso più come un rogito di fedeltà personale e, al contempo, un’infida coercizione.

Le uniche figure a non aver aderito alla “convenzione”, in assenza di un reale confronto interno, sono state la consigliera Rossella Travaglio, poi passata agli scranni dell’opposizione, e l’ex assessora all’Istruzione Maria Barbaro, entrambe appartenenti al partito Azione.

Da despota puerile qual è, il sindaco Pitta ha quindi revocato il 12 agosto scorso — come peraltro anticipato al gruppo progressista in caso di mancata sottoscrizione — la posizione in Giunta di Maria Barbaro per non aver siglato l’accordo, assegnando le deleghe assessorili alla new entry esterna, l’avvocata Sefora Tetta: già consigliera comunale di Forza Italia durante la prima amministrazione Tutolo e moglie dell’attuale consigliere comunale Davide Colucci.

L’importante è che tra moglie e marito non si metta il partito!

In questo surreale scenario babelico, il Partito Democratico si muove coerentemente lungo la traiettoria della sua linea nazionale: un partito-matrioska in cui convivono almeno una dozzina di formazioni con idee e visioni politiche diametralmente opposte. Anche la sezione di via Scassa, dunque, non fa eccezione, seppur in formato ridotto.

Il fronte Dem appare infatti spaccato in due fazioni.

Da un lato i pittiani, che coadiuvano la ricandidatura del loro beniamino intravedendovi l’unica possibilità per assicurarsi un’eventuale prosecuzione amministrativa — traccia magniloquente del fragile stato in cui versa il partito.

Dall’altro gli anti-pittiani, sempre più restii e diffidenti, immaginano un apparato scenico distopico e supplementare, ormai convinti che il Sindaco uscente non sia più all’altezza di permeare il corpo elettorale come nel 2020. O forse sarebbe più corretto dire che non lo è mai stato, giacché la precedente campagna elettorale di Pitta lievitò di consensi per osmosi, stando all’ombra di quella ben più corposa di Antonio Tutolo, impegnato parallelamente nella corsa alle Regionali.

Ciò che si profila all’orizzonte dem è la costruzione del cosiddetto campo larghissimo: un estroso progetto politico, promosso dal segretario del partito locale Ivano Di Matto, volto a raggruppare tutte le forze politiche cittadine che hanno sostenuto la candidatura di Antonio Decaro alla guida della Regione Puglia, nel tentativo di fare fronte comune alle elezioni amministrative nel maggio prossimo.

Una sorta di rivisitazione iperbolica di quello che è il campo largo nazionale: una coalizione di centrosinistra priva di una reale identità comune, nata più per necessità che per ideologia, come espediente politico orientato a unire forze disparate al solo fine di contrastare il centrodestra attualmente alle redini del Governo.

Ma quello declinato sul territorio federiciano chi dovrebbe contrastare, se l’amministrazione comunale è già guidata sia dal Partito Democratico sia da Forza Italia, con una Giunta che annovera tanto un vicesindaco dem, Claudio Venditti (nominato esternamente in quota sindaco), quanto un assessore al Bilancio come Antonio Buonavitacola tra le file del partito berlusconiano? Di certo non Fratelli d’Italia, giacché il partito meloniano locale sembra già impegnato a consumare al proprio interno una guerra fratricida a colpi di sanzioni disciplinari, come dimostra lo scontro in atto tra il coordinatore cittadino Antonio Di Battista e alcuni membri del direttivo, entrambi coinvolti in presunte vicende di incompatibilità.

All’appello del piddino socialista potrebbero rispondere la lista Azione — disponibile a sostenere un candidato sindaco purché non sia Giuseppe Pitta — l’assessore al Personale Alfonso Trivisonne, Tonio De Maio (consigliere comunale di maggioranza e consigliere provinciale dell’Ente di Foggia) e la vicepresidente del Consiglio comunale Maria Preziuso.

Un numero, tuttavia, decisamente troppo irrisorio per riempire un campo larghissimo, sebbene non sia da escludere un’eventuale alleanza con la compagine tutoliana PER Lucera. In questa circostanza, il Partito Democratico potrebbe rivendicare anche un ruolo determinante nella scelta del candidato sindaco da proporre — che potrebbe coincidere con lo stesso Di Matto — facendo leva sulla titubanza dei tutoliani nel convergere su un proprio rappresentante. Del resto, oltre al vieto Fabrizio Abate e a Francesca Niro, forte delle duemila preferenze raccolte in città nella recente tornata regionale, nella lista dei totònomi figura anche il democristiano doc Vincenzo Checcia, consigliere comunale e cognato dell’ex Pagnotta. Tra i tre contendenti, Antonio Tutolo sembrerebbe mantenere un profilo più defilato. Tuttavia, nelle ultime ore è spuntata una fotografia che lo ritrae in compagnia del capogruppo del Partito Democratico Antonio Dell’Aquila, dell’ex segretario cittadino dem Ernesto Giannetta e di Vittorio Grasso, volto conosciuto negli ambienti democratici locali.

L’immagine è apparsa proprio sul profilo Facebook di Dell’Aquila, accompagnata dalla didascalia “Rilassato”, suscitando però qualche malumore interno: tra i commenti, infatti, Antonella Matera — consigliera comunale eletta con la lista civica Agricoltori, poi transitata all’opposizione e successivamente rientrata in maggioranza con l’ingresso nel Partito Democratico — ha chiosato amaramente: «Funzionano meglio le tisane per rilassarsi… almeno a casa mia».

Qualche ora più tardi, lo stesso Tutolo ha pubblicato un post sul proprio account social: «A.A.A. cercasi rappresentanti politici del centrodestra per foto con me», quasi a voler minimizzare l’incontro avvenuto nel suo ristorante e rivendicare una presunta — e forse solo apparente — neutralità in questo certame elettorale.

Il Partito Democratico, ad ogni modo, in seguito delle elezioni regionali — nelle quali ha preso atto del proprio scarso appeal in città, fermandosi a un esiguo 9% di consensi a Lucera — ha iniziato a produrre le prime scosse telluriche all’interno della maggioranza.

È riuscito, infatti, a ottenere perfino il rinvio della seduta del Consiglio comunale prevista per il 1° dicembre scorso, invocando la necessità di ulteriori approfondimenti su ben quattro rilevanti dossier di natura urbanistica, fortemente voluti dal sindaco Pitta, che ne detiene la delega assessorile sin dal suo insediamento.

Dossier che, tuttavia, sono stati poi deliberati favorevolmente nella seduta del 15 dicembre, accompagnati da sterili e inutili precisazioni da parte dei consiglieri Dell’Aquila e Matera.

Ed è proprio in quei giorni di sussulti, all’incirca ai primi di dicembre, che il sindaco Pitta ha avuto un incontro — promosso dall’assessore Buonavitacola — con i rappresentanti locali dei quattro partiti del centrodestra (Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega e Unione di Centro), nel corso del quale gli è stato formalmente proposto di guidare una coalizione alternativa, a patto di abbandonare il Partito Democratico.

Di tutta risposta, Pitta ha fatto sapere di non avere alcuna intenzione di lasciare l’area di centrosinistra. E chiamalo fesso!

Dal canto suo, tuttavia, il gruppo dem non ha affatto gradito la partecipazione del sindaco al summit, precisando di non voler più governare con Forza Italia, salvo il caso in cui quest’ultima decidesse di presentarsi sotto le spoglie di una lista civica — eventualità che, a quanto pare, sarebbe oggetto di una certa disponibilità al baratto — giacché non esisterebbe alcun pregiudizio sulle persone che la rappresentano.
Insomma, tutti gli effimeri equilibri politici odierni sono destinati ad essere sovvertiti, e nuovi assetti ed altri elementi di simmetria tardano ancora a consolidarsi in questo ginepraio lucerino,pronto a riservare inquietanti coup de théâtre e, a tratti, autentiche scene splatter. Perché, in fondo, come disse cinicamente qualcuno: «La politica è sangue e merda», anche per quella della stella del Tavoliere.

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