Cultura e territorio

L'arco e il disastro. Il nichilismo 'foggiano' di Paul Bourget

Foggia – Già in un articolo precedente, dedicato all’esperienza “dauna” di Giuseppe Ungaretti, osservammo che Foggia non è, per costituzione, città “soave”; e fu anzi proprio tale mancanza di soavità, assieme al richiamo potente e originario del sole e della terra, a sedurre il poeta alessandrino e a indurlo a cantare il capoluogo di Capitanata. Stavolta vogliamo richiamare l’attenzione sulla testimonianza di un altro importante scrittore, il francese Paul Bourget (1852 – 1935), la cui interpretazione del decadentismo e del nichilismo ebbe un sicuro influsso anche su Nietzsche e che nelle sue Sensations d’Italie dedicò alcune agrodolci pagine alla città arpana.
Bourget giunge a Foggia il 15 novembre del 1890 e la descrive come «una grande città, interamente costruita in case basse, a causa del terremoto che la distrusse nel secolo scorso». La massiccia presenza di pianterreni (i cosiddetti “bassi” che tuttora compongono il mosaico impazzito dei quartieri settecenteschi), la evidente solidità delle volte poste al di sopra delle terrazze e la notevole ampiezza delle strade gli appaiono come i segni indelebili di una tragedia incisa nelle carni di questa singolare cittadina, e del suo popolo. Tragedia che è tutto fuorché “passata”. Si potrebbe anzi dire che il disastro, a Foggia, sia sempre “di là da venire”: «Sembra che la città lo attenda come le pietre di un molo attendono le onde». È una città straziata, Foggia, per sua stessa natura, ma regale: mesta, perché sa di aver perso molto, quasi tutto; e perciò intimamente persuasa della sostanziale precarietà delle cose.
Una principessa caduta in disgrazia, costretta a fare la puttana. Nemmeno la Cattedrale «dove fu incoronato Manfredi», né «il palazzo di Federico» sono stati risparmiati dalla furia maligna degli elementi. Nel leopardiano Dialogo della natura e di un islandese, la suprema “matrigna” rimproverava al suo sprovveduto interlocutore «di non aver posto mente che la vita di quest’universo è un perpetuo circuito di produzione e distruzione». Foggia, invece, lo sa bene. Ce l’ha scolpito nelle ossa. E s’abbandona. Fluttua lasciva, come intorpidita d’una profonda consapevolezza nichilistica. Da altre cronache apprendiamo infatti che, per le strade, i cittadini stanno spesso pomeriggi interi avvolti nei mantelli, intenti solo a guardarsi negli occhi.
Le donne sono particolarmente dissolute. Di tanto in tanto si festeggia, senz’alcun motivo particolare: ci si ubriaca di vino, moltissimo vino, e si ride, si fanno spettacoli, ci si prende in giro e si scherza con battute pesanti. I foggiani sono italiani all’ennesima potenza, se come sosteneva Leopardi «gl’Italiani ridono della vita: ne ridono assai più, e con più verità e persuasione intima di disprezzo e freddezza che non fa niun’altra nazione».
Eppure, incastonato in uno dei tanti scalcinati edifici, a mo’ di postremo tentativo di rimozione, resta e s’impone all’attenzione di Bourget il relitto della gloria che fu: un arco appartenuto alla dimora imperiale dello stupor mundi, il quale considerava Foggia la “luce dei suoi occhi”, l’unico luogo in cui Dio si sarebbe trasferito se avesse mai deciso di vivere sulla terra. Bourget contempla l’arco e lo descrive minuziosamente, viaggiando indietro con la mente e tornando ai dileguati fasti del sito antico e paradossale. Le due aquile, che ancora oggi sono lì a sorreggerlo, evocano la «brama del reame universale e la lunga lotta dell’ambizioso imperatore, la sua guerra eterna».
Nel resoconto di Bourget, Foggia sembra elevarsi a rango di metafora impietosa del mondo e della storia: «questa sola reliquia compensa a sufficienza l’infamia degli alberghi di Foggia, la sordidezza delle vetture, e nei giorni di pioggia […] la coltre di fango in cui annegano le piazze». Il grande filosofo Nicolás Gómez Dávila scrisse una volta che «Pur sapendo che tutto perisce, dobbiamo costruire nel granito le nostre dimore, fossero anche quelle di una notte». Ed eccolo lì l’arco, granitico, a brillare nel buio, nonostante tutto.
Ci avevano visto lungo, i foggiani. E con loro, Bourget. L’onda implacabile del disastro si sarebbe abbattuta ancora sulla coriacea pietra di Capitanata: e se nel Settecento l’orrore fu causato dalla natura che fece tremare la terra, nel Novecento venne dal cielo per mano dell’uomo, “sganciato” sotto forma di bombe dall’aeronautica inglese.
Ma di nuovo, martoriata malinconica e orgogliosa, Foggia sopravvisse. E ricominciò. Sì, sempre indolente e lasciva, disincantata e sarcastica; sempre sul punto di crollare, ma sfrontatamente viva, con le sue imperiture reliquie a svettare nel fango. Foggia: ostinata città dell’umo e degli epitaffi immortali.
A cura di Antonio Lombardi

Redazione

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