La fase di contenimento del caro carburanti è finita. A dirlo non sono i siti complottisti, ma i vertici dell’industria petrolifera americana.
Venerdì al convegno energetico di Austin, in Texas, il CEO di Chevron Mike Wirth è stato chiaro: “All these mechanisms helped to mitigate the price and supply risk” ma ora quei cuscinetti sono in gran parte esauriti. Le scorte commerciali che per sei mesi hanno assorbito lo shock si stanno riducendo e anche le riserve strategiche hanno margini limitati. “The buffers that limited crude price increases earlier in the Iran war have been depleted” ha aggiunto Wirth secondo Reuters.
Il nodo è sempre lo stesso: lo Stretto di Hormuz. L’Iran lo ha bloccato sulla sua costa orientale da sei mesi, come conferma Le Monde: “Iran has blocked the Strait of Hormuz on its eastern coast for the past six months”. Da lì passa il 20% del petrolio mondiale via mare. L’IEA lo ha definito il più grande shock di offerta nella storia del mercato petrolifero.
Fino ad oggi il mercato aveva retto grazie a tre paracadute: le scorte accumulate, le riserve strategiche e le rotte alternative. Proprio l’ultima è saltata la scorsa settimana.
La pipeline East-West dell’Arabia Saudita, 1.200 chilometri costruiti negli anni ’80 proprio per bypassare Hormuz quando era minacciato dalla guerra Iran-Iraq, è stata messa fuori uso da un attacco di droni. “Oil prices surged after Saudi Arabia shut down a pipeline that had served as a crucial outlet for crude amid the closure of the Strait of Hormuz” ha scritto il Wall Street Journal. Secondo i trader, la chiusura sottrae fino al 4% dell’offerta globale.
A questo si sommano gli attacchi alle raffinerie in Medio Oriente e in Russia e gli attacchi Houthi nel Mar Rosso. Il risultato è una carenza non tanto di greggio, ma di prodotti raffinati.
L’effetto più duro è sul diesel, il carburante che muove trasporti, agricoltura e industria. Negli Stati Uniti il prezzo medio ha superato per la prima volta la soglia psicologica dei 6 dollari. “Average U.S. retail prices for diesel already reached a record $6.23 a gallon“, con punte di oltre 7,9 dollari in California.
E c’è un fattore in più che rischia di aggravare tutto: la Cina. Per mesi Pechino ha attinto alle proprie scorte strategiche invece di comprare sul mercato internazionale, attenuando involontariamente lo shock. Ora ha ricominciato ad acquistare proprio mentre l’offerta è più scarsa.
Non siamo più davanti a un semplice rincaro. Siamo davanti al rischio, come avverte lo stesso Wirth, di una carenza fisica di carburante in alcuni mercati. E con l’inizio della stagione del raccolto agricolo negli USA, quando la domanda di diesel esplode, la “tempesta perfetta” non è più solo una metafora.
