Antimafia

Il figlio di Ciuffreda scrive ai Panunzio: “L’antimafia deve unire, non dividere nè diventare terreno di scontro politico”

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FOGGIA – Una riflessione sul significato della memoria, sull’impegno contro la criminalità organizzata e sulla necessità di mantenere l’antimafia al di sopra delle contrapposizioni politiche. È il contenuto della lettera aperta con cui il figlio dell’imprenditore foggiano Nicola Ciuffreda, ucciso nel 1990, interviene dopo la missiva pubblicata da Giovanna Belluna Panunzio, nuora di Giovanni Panunzio.

L’autore esordisce ricordando il dolore che accomuna le due famiglie: «Nessuno più di me può comprendere il tuo dolore», scrive, rievocando il momento in cui vide il padre morire tra le sue braccia dopo essere stato colpito dai killer della criminalità organizzata, gli stessi ambienti mafiosi che due anni più tardi avrebbero assassinato Giovanni Panunzio.

Nel confronto tra le due vicende, sottolinea anche una differenza: grazie alla testimonianza di Mario Nero, l’omicidio Panunzio ha avuto un responsabile identificato, consentendo il riconoscimento ufficiale come vittima di mafia. Per Nicola Ciuffreda, così come per Francesco Marcone, questo riconoscimento non è ancora arrivato. Una distinzione che, precisa, non cambia però la sostanza: «Sono nomi che tutti consideriamo vittime della criminalità organizzata e che insieme vanno difesi e ricordati».

Rispondendo alla domanda posta da Belluna Panunzio sul senso della battaglia antimafia, il figlio di Ciuffreda afferma che quell’impegno «è valso la pena», perché Foggia non è soltanto il luogo dove i loro familiari sono stati uccisi, ma anche la città che avevano scelto per lavorare e costruire il proprio futuro. «Amare Foggia è un dovere», scrive, indicandolo come il principale insegnamento lasciato dalle vittime.

Il passaggio più delicato riguarda la recente polemica sulla sede dell’associazione e sulla stele dedicata a Giovanni Panunzio. Pur comprendendo il disappunto espresso dalla famiglia Panunzio, sostiene che non si debba cedere a chi utilizza impropriamente gli spazi pubblici e osserva che esistono anche altre realtà che non hanno mai avuto una sede comunale o che vi hanno rinunciato per preservare la propria autonomia.

Infine, il richiamo a un’antimafia capace di unire. Secondo il figlio di Ciuffreda, la lotta alla criminalità organizzata deve restare estranea alle contrapposizioni politiche e non trasformarsi in una disputa personale o istituzionale. «Non è la battaglia di Ciuffreda o di Panunzio, ma quella di Foggia contro la sua piaga più grave», scrive, invitando a evitare polemiche che possano offuscare il sacrificio delle vittime.

La lettera si conclude con un appello a preservare la dignità della memoria: «Nel nome di Giovanni Panunzio, di Nicola Ciuffreda e degli altri caduti si devono evitare cadute di stile. Le tragedie non devono mai rischiare di diventare farse», citando infine una celebre frase di Totò: «Nui simm’ serie. Appartenimm’ a morte».

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