Guardare il golfo da 550 metri d’altezza, sospesi su una piattaforma di vetro all’altezza del petto di un Cristo redentore in cemento e acciaio alto 22 metri. Per alcuni è l’intuizione che potrebbe finalmente sbloccare l’economia turistica di Manfredonia e dell’intera Capitanata, sul modello di Rio de Janeiro o di Maratea. Per altri, è una forzatura urbanistica e ambientale in un territorio già fragile, un’opera faraonica calata in un contesto non idoneo.

Il dibattito sul “Cristo del Gargano”, l’ambizioso progetto promosso dall’ingegner Michelangelo De Meo, è tornato a infiammare l’aula del consiglio comunale e le piazze virtuali, riaccendendo lo scontro tra la visione di un turismo “monumentale” e i vincoli della burocrazia e della tutela del paesaggio.

Che l’idea affascini una fetta consistente di pubblico è un dato di fatto, almeno a giudicare dalle reazioni digitali. Sulle pagine social dedicate all’iniziativa, l’ingegner De Meo ha recentemente condiviso un dato plebiscitario: su oltre 20.000 interazioni registrate su Instagram, i favorevoli sfiorano il 96,2% (19.492 “like” contro appena 772 contrari). Un rapporto di circa 25 a 1.

Certo, i sondaggi sui social non hanno valore scientifico e tendono a intercettare soprattutto la platea dei già convinti, ma testimoniano una fame reale di novità e di riscatto economico per un’area che fatica a trovare un “grande attrattore” capace di destagionalizzare i flussi turistici. De Meo non ne fa mistero: per lui la statua, dotata di ascensore panoramico interno trasparente e scale di sicurezza interne, non sarebbe solo un simbolo di fede, ma un volano economico unico per tutto il Gargano.

La discussione è passata dalle bacheche di Facebook ai banchi della politica durante il consiglio comunale del 19 giugno. A portare la questione all’attenzione della massima assise cittadina è stata un’interrogazione presentata dal consigliere d’opposizione Ugo Galli (Forza Italia), che ha chiesto alla giunta di fare chiarezza sull’iter del progetto (presentato formalmente dai promotori lo scorso 6 maggio ai sensi dello Statuto comunale).

“Parliamo di una proposta di forte valenza spirituale, culturale, paesaggistica e turistica, concepita per diventare un simbolo identitario dell’intero territorio”, ha spiegato Galli nell’aula di palazzo di città. “Ci chiediamo se il comune abbia avviato interlocuzioni con la Regione e se la giunta ritenga il progetto compatibile con gli obiettivi di sviluppo della città.”
La risposta del sindaco, Domenico la Marca, ha però gettato una secchiata di acqua fredda sugli entusiasmi del centrodestra e dei promotori. Pur riconoscendo l’indiscutibile valore teologico e ideale dell’opera, il primo cittadino ha messo sul tavolo la realtà dei fatti tecnici e urbanistici.

L’area individuata (Belvedere-frazione Montagna) ricade in zona agricola “E2”. L’opera, quindi, non è conforme allo strumento urbanistico vigente e necessiterebbe di una variante complessa.
La zona presenta forti fragilità idrogeologiche e paesaggistiche. Per procedere servirebbe una pioggia di autorizzazioni vincolanti: dalla sezione Paesaggio della Regione alla Soprintendenza, passando per l’Ente Parco Nazionale del Gargano, la Valutazione di Incidenza Ambientale (VInCA) e l’Autorità di Bacino.
Il sindaco ha riferito inoltre che la documentazione consegnata agli uffici tecnici è, allo stato attuale, priva di rilievi geologici e di disegni tecnici definitivi. Un faldone che descrive “un’idea progettuale, non un progetto esecutivo”.
L’ingegner Michelangelo De Meo non ci sta a veder liquidata la sua creatura come un semplice “quadro preliminare” irrealizzabile o un azzardo burocratico. Di fronte alla prudenza della macchina amministrativa e della politica, il promotore dell’opera rivendica con forza la necessità di uno strappo culturale e di un’ambizione diversa per il territorio.
“Manfredonia ha bisogno di una visione internazionale, non di iniziative che finiscono con l’estate”, attacca De Meo, non risparmiando critiche al modo in cui oggi si concepisce l’attrattività turistica locale. “Le partitelle sulla spiaggia o lo yoga nella pineta possono essere momenti piacevoli, ma durano qualche giorno e non cambiano il destino economico di un territorio. Non creano un turismo stabile, non attraggono investimenti, non generano sviluppo duraturo.”

Per il progettista, la differenza sta tutta nella scala dei sogni e dei progetti che si ha la forza di sostenere:
“Per far crescere una città bisogna avere il coraggio di pensare in grande. Bisogna provarci. Non bisogna essere nani davanti alle sfide del futuro. Una città cresce quando punta su progetti capaci di richiamare visitatori dodici mesi all’anno, creare lavoro, valorizzare il territorio e costruire un’identità riconoscibile anche oltre i confini nazionali. Le scelte politiche possono essere legittime, ma è altrettanto legittimo discuterne quando sembrano limitarsi a gestire l’ordinario invece di seminare il futuro. Il Gargano e Manfredonia meritano ambizione, coraggio e una visione internazionale. Perché chi pensa in piccolo ottiene risultati piccoli. Chi ha il coraggio di guardare lontano può cambiare davvero il destino di una città.”
Proprio su questa lunghezza d’onda si innesta la replica del consigliere d’opposizione Ugo Galli, che sposta il focus dalla pura tecnica alla volontà politica dell’ente, individuando la vera chiave di svolta dell’intera vicenda nella dichiarazione di pubblico interesse.
Secondo Galli, se l’amministrazione decidesse politicamente di credere nell’opera, tutti gli ostacoli burocratici diventerebbero superabili. Sarebbe sufficiente convocare una Conferenza di Servizi per coordinare i pareri dei vari enti e chiedere al progettista gli approfondimenti tecnici necessari (i rilievi geologici e i dettagli strutturali). “Non sarebbe la prima volta che si superano questi impedimenti”, ha incalzato Galli, chiedendo alla giunta di esprimersi chiaramente sul sì o sul no all’interesse pubblico.
Sullo sfondo resta l’amarezza per un’opera stimata tra i 5 e i 6 milioni di euro che, secondo i promotori, graverebbe in modo minimo sulle casse pubbliche grazie a formule di finanziamento privato, ma che rischia di impantanarsi nella burocrazia difensiva.
La sensazione è che il “Cristo del Gargano” sia destinato a rimanere a lungo un simbolo, ma di divisione. Tra chi vede nel colosso di cemento una grande opportunità di riscatto per uscire dalla logica del turismo “mordi e fuggi” e chi ne teme l’impatto su un paesaggio già fragile, la vera partita non si gioca solo sui calcoli strutturali o sui sondaggi di Instagram, ma sulla visione stessa di futuro che Manfredonia vuole darsi.
