I social e le proprie origini: quando Facebook diventa uno strumento per ritrovare i figli biologici

Un fenomeno in forte crescita in tutta Italia. Tra bisogno di sapere e tutela della privacy, l'unica strada resta quella del Tribunale per i Minorenni

Fino a qualche anno fa, chi cercava un figlio o un genitore biologico si rivolgeva esclusivamente al Tribunale per i Minorenni e alle associazioni di settore. Oggi, sempre più spesso, il primo passo avviene sui social network.

In queste ore, sui gruppi e le bacheche dei cerignolani, sta circolando l’appello di una donna che chiede di essere aiutata a ritrovare la figlia, data alla luce a Cerignola nel 2011 ed oggi quindicenne. Il tutto corredato dalla sua foto e da quella della bambina di allora.

Facebook, Instagram e TikTok sono diventati, di fatto, una bacheca globale di appelli: foto di neonati, lettere aperte, video-messaggi con la speranza che “qualcuno riconosca” o che il destinatario stesso, ormai cresciuto, si faccia avanti.

È un cambiamento culturale profondo. I social abbattono le distanze, danno voce a storie rimaste in silenzio per anni e, in alcuni casi, hanno davvero permesso ricongiungimenti tra persone maggiorenni che cercavano le proprie origini.

Ma questo è un terreno delicatissimo.

In Italia la ricerca delle origini è regolata dalla legge 184/1983. La norma protegge il segreto sull’adozione e stabilisce che è la persona adottata, una volta compiuti i 25 anni – o 18 anni in presenza di comprovati motivi di salute – a poter chiedere al Tribunale per i Minorenni di conoscere le informazioni sui genitori biologici. Non è previsto il percorso inverso attraverso appelli pubblici.

Questo per due ragioni fondamentali: tutelare il minore, che ha diritto a crescere serenamente nella sua famiglia adottiva senza essere esposto pubblicamente, e tutelare la stessa madre biologica, soprattutto quando la nascita è avvenuta in anonimato.

Pubblicare foto di neonati, nomi, date e luoghi di nascita di persone che oggi sono minorenni non solo non aiuta la ricerca, ma espone a violazioni della privacy e può vanificare il lavoro dei servizi e della magistratura minorile.

Per questo, gli esperti invitano a distinguere due piani: quello umano, comprensibile e legittimo, del bisogno di sapere e di ricucire una storia, e quello legale, che richiede riservatezza, mediazione professionale e accompagnamento psicologico.

I social possono essere uno strumento utile, ma solo se usati dopo la maggiore età e senza mai diffondere immagini o dati identificativi di minori. Possono servire a condividere la propria storia in forma anonima, a trovare gruppi di supporto, associazioni di figli adottivi e genitori biologici, a orientarsi verso i canali istituzionali corretti.

Non sono, e non possono diventare, un registro anagrafico alternativo.

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