Cultura e territorio

18 aprile 1905, a Foggia la rivolta dei ferrovieri

Foggia – Giornata di sangue e di lutto per la nostra città, fu quella del 18 aprile 1905. La lotta operaia incalzava giorno per giorno; le maestranze dell’industria e del commercio invocavano più umane condizioni di vita; troppo pesante era il giogo che gravava sull’esile collo dei lavoratori italiani. Quella del 18 aprile 1905 passò alla storia come la rivolta dei ferrovieri.

Gli scioperi, “ginnastica del proletariato” come li definì Filippo Corridoni, anche su scala nazionale, seguivano a breve distanza, l’uno dall’altro. I ferrovieri organizzati nel Sindacato Ferrovieri Italiani, da poco costituitosi a Milano con fusione di Riscatto ferroviario di Milano, Sindacato operai di Torino e Sindacato macchinisti e fuochisti di Pisa, erano in viva e completa agitazione. Motivo principale era il mancato accoglimento, da parte del Governo, della richiesta di passaggio alla scadenza del 30 giugno del d.a. delle Ferrovie dall’industria privato allo Stato.

Le Ferrovie, in gran parte di proprietà dello Stato, nel 1885, con speciali convenzioni, erano state cedute in gestione, per venti anni, a tre grandi Società industriali, l’Adriatica, la Mediterranea e la Sicula., che ne avevano fatte oggetto del più esoso sfruttamento, tale da irritare sia il pubblico che il personale dipendente. Fin dall’anno prima della scadenza delle “convenzioni”, tempestivamente, il Sindacato aveva palesato, gli umori dei ferrovieri, iniziando una attiva campagna politico sindacale, con la quale aveva richiamato, sul grave problema, l’attenzione del Governo.

I ferrovieri sfiniti dagli stipendi di fame e dagli sfibranti orari di lavoro; non garantiti nella sicurezza sugli infortuni di lavoro da alcun regolamento organico, né da una legge sugli infortuni, erano ormai stanchi di soffrire. Il temporeggiamento del Governo e l’abile giochetto delle Compagnie di tenere a bada il potere politico e il personale, allo scopo di riottenere, all’ultimo momento, il rinnovo del contratto, irritarono ancor di più la massa giunta anni prima dal senatore Gagliardi che aveva proposto che allo scadere del 30 giugno 1905, le ferrovie dovessero essere strappate dagli artigli dei “negrieri”.

Venute meno le trattative con il Ministero dei lavori pubblici, in un primo tempo, e poi con la Presidenza del Consiglio, malgrado gli opportuni interventi al Senato e al Parlamento e una serie di comizi nelle principali città, tenuti allo scopo di illuminare l’opinione pubblica, il Sindacato proclamò lo sciopero generale, che con la partecipazione degli operai dell’industria, paralizzò per cinque giorni tutta la nazione. Foggia, priva di stabilimenti e officine, non disponeva che dei contadini delle “masserie”, organizzati in lega, ai quali la Camera di lavoro poteva chiedere un atto di solidarietà. Era la solita massa amorfa di manovra, alla quale la Camera del lavoro si rivolgeva in ogni manifestazione di piazza.

Anche in quella occasione i contadini aderendo all’ordine ricevuto, abbandonarono i campi e vennero in città per la formazione delle squadre di vigilanza, aventi il compito di sorvegliare le vie d’accesso alla stazione ferroviaria per impedire ai “Krumiri” di recarsi al lavoro. I posti maggiormente controllati erano il cavalcavia sulla nazionale per Manfredonia, via Scillitani e viale XXIV maggio. Della direzione dello sciopero fu incaricato il Segretario della camera del lavoro Aniello Macciotta, prof. Dell’Istituto “P. Giannone”, piccolo sardo dal pizzetto sale e pepe che sprizzava faville da tutti i pori. Per il servizio d’ordine la polizia era stata rinforzata dall’Esercito, e in quella occasione lo spiegamento della forza pubblica fu addirittura imponente per l’uscita dalla Caserma dei Cappuccini di un intero squadrone di Cavalleria.

Alla pari dei contadini concentrati in massa parte nella larga piazza Cavour in quel tempo priva di pavimentazione e di giardini, la Cavalleria scelse lo stesso posto. L’affiancamento doveva per forza presagire l’urto; infatti qualche parola fuori dell’ordinario e il lancio di un sasso accese la miccia: Si ebbe il primo scontro tra dimostranti e forza pubblica; seguito dai rituali squilli di tromba che ordinavano lo scioglimento della folla. Si ebbe la prima sparatoria seguita da altre scariche che suscitarono il generale scompiglio, aggravato dalle cariche della cavalleria.

La resistenza operaia, nel tardo pomeriggio era vinta, così doloroso il consuntivo di sette morti tra cui un cameriere della famiglia Siniscalco che si affacciò per curiosità da un balcone del palazzo Vaccarella in piazza Cavour che era stato raggiunto da una pallottola di moschetto, nel complessivo ci furono un centinaio di feriti. Questa è la rievocazione del 105° anniversario, un episodio della nostra storia sindacale.

A cura di Ettore Braglia Cultore di storia locale

Redazione

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