Cultura e territorio

Foggia, tipiche figure di un tempo: la castagnara

Foggia – Continua il nostro viaggio tra le tipiche figure della Foggia di un tempo. Questa vlta vi parliamo della caratteristica figura della castagnara.

‘A castagnere era la ragazza venditrice di frutta secca che raggiungeva il suo posto fisso di Porta Grande, altre ragazze le vendevano all’angolo di via Arpi, via Ricciardi dove i frequentatori dell’antichissima cantina di “Calauccio” o “Pulicino” erano buoni clienti; in piazza Cattedrale affiancato al banchetto di Michele pizzadolce; in via Duomo, angolo di via del Tesoro; in via Cairoli al riparo della Chiesa di San Francesco Saverio; all’angolo del palazzo De Santis attuale Popolare Milano.

‘A castagnare giunta sul posto, buttato il sacco a terra ritirava da qualche bottega, osteria o portone vicino, la bancarella e la sedia, lasciate in custodia la sera precedente e disponeva bene allineati i diversi sacchetti contenenti castagne, noci, nocciole, semi, sui quali ponevano in mostra i fischietti in terracotta di primitiva fattura che per vivacità di colori costituivano mira costante ed oggetto dei quotidiani capricci dei ragazzini del vicinato.

Le castagnare erano ingaggiate dalle padrone, provenivano quasi tutte da Montella in provincia di Avellino e giungevano qui in città in autunno, si fermavano tutto l’inverno e dopo la parentesi del periodo di apertura del Santuario dell’Incoronata a metà giugno ritornavano ai loro rispettivi paesi. Non sempre si rivedevano nel successivo anno, perché spesso erano sostituite dalle sorelle o da compagne più giovani.
Di grazia montanara facevano subito colpo tra i nostri giovani che passavano intere giornate vicino alla bancarella.

Però quando nel discorso oltrepassavano il limite della convenienza, la giovane aveva il manganello a portata di mano con il quale provvedeva a spegnere i bollori.
Non mancavano dicerie su queste giovani ragazze che per ritornare alle loro case dopo otto mesi di permanenza, con un piccolo gruzzolo affrontavano un penoso lavoro esponendosi ai mille tentacoli, spesso di gente senza scrupoli.

Le padrone proprio per lo scarso compenso, vigilavano e la cronaca cittadina ci dava spesso dei ricordi tristi. Dopo un’intera giornata, passata agli angoli delle strade, esposte al freddo, al vento, alla pioggia sul tramonto con il sacco in testa un po’ più leggero del mattino rincasavano; attese dal consueto piatto di spaghetti con olio, aglio e peperoni fritti, annaffiati dall’acqua della sarola.

Alcune padrone provenivano anche da Ospidaletti Irpino un piccolo centro poco distante da Avellino che hanno avuto sempre facile smercio dei loro articoli, che acquistavano nel proprio paese e dove ingaggiavano pure le ragazze, tra cui per provenienza era rinomato anche il paese di Montella, per la sua grande produzione.

Però la vendita nella nostra città, non era limitata solo a quelle delle bancarelle o dal magazzino delle padrone, ma veniva fatta anche dai garzoni che durante il giorno, giravano per le vie della città, gridando “nucelle, ‘o castagnere!”, oppure “e castagne d’ò prevete!”, “nuci, nucelle, castagne furnate”.

Tra questi venditori ambulanti, ce n’era uno notissimo: basso di statura, colorito in volto, dai capelli brizzolati, che abitualmente calzava stivaloni alti fino al ginocchio. Era Francisco, il fornitore di fiducia delle buone famiglie che visitava ogni mattina, recando una goffa bisaccia sulle spalle.

Offriva i frutti più belli e scelti che giustamente, faceva pagare qualche soldo di più.
Era addirittura un suo privilegio, che con soverchio orgoglio, ben difficile nel suo ceto, ci teneva molto. Si rammentava questo, conversando con le castagnare, Francisco era certo che la sua merce non poteva, per superiorità accettare confronti con quella degli altri e se ne vantava.

Si ricorda a tal proposito, che una mattina, una mamma di un ragazzo gli faceva osservazione sulla bontà delle castagne. Fu, per lui indispettito contrariamente alla sua proverbiale bonomia, rispose: “Signò mangiatevene le castagne; cà sta Francisco”.

Ѐ chiaro dunque, che anche un modesto venditore ambulante, in tempi ritenuti duri, men leggiadri e tristi, ci teneva alla sua reputazione. Ma le ragazze, non mai abbastanza sfruttate perché pagate irrisoriamente dalle padrone, cominciarono a diminuire, al punto da scomparire del tutto, con il rinforzarsi delle organizzazioni sindacali che sviluppavano la lotta operaia per conseguire un migliore trattamento morale-economico ai lavoratori’.

Racconto a cura di Ettore Braglia, cultore di storia locale.

Redazione

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