Finisce nel modo più netto la battaglia legale che aveva congelato il rinnovo dei vertici della Banca di Credito Cooperativo di San Giovanni Rotondo. Il Tribunale di Bari (Sezione Specializzata in materia di Impresa) ha infatti azzerato il blocco delle elezioni scattato lo scorso 13 aprile, respingendo punto per punto il ricorso firmato da un gruppo di soci e candidati della lista esclusa.
Un verdetto tombale che ribalta completamente la situazione: i ricorrenti sono stati condannati a pagare le spese legali e, mossa ancora più pesante, il giudice li ha sanzionati per responsabilità aggravata (art. 96 del codice di procedura civile). In pratica, la loro azione legale è stata giudicata una vera e propria “lite temeraria”, condotta abusando delle regole del tribunale con un comportamento poco leale e scorretto.

A fare chiarezza sulla vicenda è stato il presidente della banca, Giuseppe Palladino, che in conferenza stampa, insieme a tutto il consiglio di amministrazione e alla direzione generale, ha ripercorso i passaggi della sentenza emessa ieri, 29 maggio.

Gli esclusi avevano provato a contestare l’intera macchina elettorale basandosi su quattro punti, tutti liquidati dal Tribunale come semplici ipotesi senza prove: la validità del nuovo regolamento, la quota del 20% necessaria per presentare le liste, il conteggio del libro soci e la gestione dei tempi di consegna.
Davanti al giudice il confronto è stato impietoso. Da una parte la lista esclusa pretendeva di applicare le vecchie regole del 2023, facendo finta di non sapere che l’assemblea dei soci ne avesse votate di nuove e diverse il 18 maggio 2025. Dall’altra parte, il collegio difensivo della BCC – composto dagli avvocati Giuseppe Trisorio Liuzzi e Flora Caputi – ha messo sul tavolo i documenti che certificavano la totale regolarità della procedura.
Durante la conferenza, Palladino ha risposto duramente a chi ha provato a definire “viziato” o “sporco” l’elenco dei soci:
“Il libro soci è il cuore del capitale sociale di una banca. Metterlo in discussione significa ipotizzare che il bilancio e il patrimonio della struttura non siano veri”.

A blindare la trasparenza della banca ci sono i fatti: un’ispezione del Ministero avvenuta l’anno scorso ha confermato la perfetta tenuta dei registri, senza contare i controlli continui fatti dalla capogruppo Cassa Centrale e dalle autorità di Vigilanza Bancaria.
Dalle carte del tribunale è emerso anche un dettaglio paradossale: la banca aveva preparato l’elenco dei soci con i due anni di anzianità richiesti per darlo ai rappresentanti della lista sfidante, ma sono stati loro a rifiutarsi di ritirarlo, tirando in ballo una inesistente violazione della privacy. Non solo: quando hanno presentato la lista, gli stessi ricorrenti avevano firmato i moduli accettando il quorum del 20% (pari a 458 firme). Pretendere dopo, davanti al giudice, che la soglia corretta fosse invece del 15% è stato bollato nella sentenza come una mossa “tardiva” e incoerente.
Il vero nodo tecnico dell’esclusione resta però il mancato rispetto della scadenza perentoria del 1° marzo. Cadendo di domenica, la BCC era andata incontro ai candidati, spiegando che chi non fosse riuscito a consegnare le carte entro il venerdì avrebbe potuto prendere appuntamento nel weekend o inviare tutto via PEC entro la mezzanotte della domenica.

La lista concorrente, invece, entro il tempo massimo ha spedito solo una documentazione parziale, depositando le firme vere e proprie solo il 3 marzo, con due giorni di ritardo. Il Tribunale ha ovviamente respinto la richiesta di riammettere i termini, confermando che i ritardi non si possono sanare e che la colpa della disorganizzazione è solo di chi ha presentato la lista. Il presidente ha anche liquidato la storia di un piccolo errore di stampa nel regolamento, definendolo un semplice “refuso” corretto prima ancora che partissero le candidature e che non ha ingannato nessuno.
Palladino non ha nascosto l’amarezza per il fango mediatico subito dalla banca dopo il blocco del 13 aprile. Quel primo stop era stato deciso dal giudice inaudita altera parte, cioè ascoltando solo la versione dei ricorrenti prima che la banca potesse difendersi. Una volta visti gli atti e sentite le due campane, il giudice del merito ha cambiato rotta, criticando il comportamento dei ricorrenti che cambiavano continuamente le accuse nel corso della causa nel tentativo di trovare un appiglio legale. Per il tribunale, la storia del quorum era solo una scusa: a quella lista mancavano proprio i numeri minimi per correre.
I dettagli finanziari della sentenza parlano chiaro: Ricorso respinto e cancellazione del blocco delle elezioni; condanna dei ricorrenti a pagare in solido le spese legali della banca, liquidate in € 8.059,00 (più accessori); una multa ulteriore di € 2.500,00 da versare alla BCC per aver intentato una causa senza alcun presupposto giuridico.

Ora che il caso è chiuso, la BCC di San Giovanni Rotondo è pronta a far ripartire la macchina dell’assemblea per rinnovare le cariche sociali. Il presidente Palladino ha chiuso l’incontro guardando al futuro: “Continueremo a svolgere la nostra attività in maniera trasparente con spirito cooperativo”.
