Cultura e territorio

Editoriale: se gli oratori cedono il passo alla violenza

Non è passata di certo in sordina, la notizia della chiusura (almeno parziale) dell’oratorio di San Michele. Anche il primo cittadino, Franco Landella, è rimasto molto scosso dall’accaduto, tanto da richiedere un incontro con don Giuseppe.

Pare che dietro la decisione del parroco si celino delle problematiche di ordine pubblico. Alcuni teppisti, infatti, seminerebbero il panico all’interno dell’oratorio. La cosa non penso che meravigli nessuno. Purtroppo viviamo in tempi bui: la famiglia non ha più il ruolo di un tempo e i ragazzi sono molto spesso indisciplinati.

Certo è vero, i ragazzi di oggi sono difficili da gestire, eppure, vi assicuro, in quella struttura ci sono stati sempre di questi problemi. Non lo dico di certo per sentito dire, io stesso, quasi 20 anni fa frequentavo l’oratorio di San Michele.

Come dimenticare i rimproveri bonari del buon Guido, il Michest, le partite a calcio al campo grande o “alle porte verdi” (se la mia memoria non fa cilecca), le ‘cingomme melones’ acquistate al bar dell’oratorio. Ho passato alcuni dei momenti più belli della mia infanzia tra quelle mura e, sinceramente, sapere della sua chiusura mi rattrista.

Più che altro perché, vi assicuro, anche all’epoca l’oratorio era frequentato da ragazzi difficili, proprio come adesso. Ma allora, cosa è cambiato da allora?

Quell’oratorio ha da sempre rappresentato una speranza, una speranza per i ragazzi di potersi divertire nonostante le ristrettezze economiche dei propri genitori. Già perché li dentro non esistevano bambini ricchi o bambini poveri, ci bastava un pallone per sentirci tutti uguali.

Non sono credente, ma penso che il compito della chiesa sia proprio questo: cercare di salvare anime, soprattutto quelle di chi è tormentato dentro. La chiesa in questo preciso momento storico, in cui l’istituzione della famiglia e dello stato latita, dovrebbe rappresentare l’ultimo baluardo per gli ultimi, per i ragazzi difficili.

So bene che non è facile, per questo chiedo l’aiuto dei cittadini. Anche noi, nel nostro piccolo possiamo fare tanto. Ascoltiamo i nostri figli, mettiamoli al riparo dalle cattive compagnie e soprattutto non voltiamo la testa dall’altra parte.

Dobbiamo vigilare su questi ragazzi perché rappresentano la Foggia di domani.

Redazione

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