Dal “dopo di noi” al “prima di noi”: perché l’autonomia delle persone con disabilità si costruisce oggi

Per anni, quando si è parlato di disabilità nel nostro Paese, lo sguardo si è posato quasi esclusivamente sul “dopo di noi”. Una preoccupazione legittima e dolorosa, che assilla migliaia di genitori: cosa ne sarà di mio figlio quando io non ci sarò più? Sebbene la tutela della fragilità nell’emergenza resti un pilastro fondamentale, il rischio è stato quello di guardare al futuro partendo solo dalla mancanza e dal bisogno assistenziale.
A riportare il dibattito sui giusti binari è il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani (CNDDU), che con un recente intervento firmato dal presidente Romano Pesavento invita a compiere una vera e propria rivoluzione culturale: passare dalla logica del “dopo di noi” a quella del “prima di noi”.

L’idea di fondo è semplice quanto profonda: l’autonomia di una persona non si improvvisa nell’età adulta e non può emergere all’improvviso solo quando la rete familiare viene meno. Il futuro si prepara nel presente, giorno dopo giorno, fin dall’infanzia.
Uno dei passaggi più lucidi del comunicato smonta un equivoco culturale molto radicato: la sovrapposizione tra autonomia e autosufficienza.
Avere bisogno di un sostegno fisico, medico o assistenziale non significa non avere il diritto o la capacità di autodeterminarsi. Una persona può necessitare di aiuto per compiere i gesti più semplici della giornata, ma deve rimanere la sola titolare delle decisioni che riguardano la propria vita: cosa studiare, come vestirsi, quali relazioni coltivare, come trascorrere il tempo libero. L’autonomia è, prima di tutto, libertà di scelta.

Il CNDDU mette in guardia anche dai rischi del linguaggio pubblico. Oggi la disabilità viene spesso raccontata attraverso due estremi opposti e parimenti dannosi: Da un lato, il pietismo, che riduce la persona a mero oggetto di commiserazione; dall’altro, il mito della prestazione eccezionale, che celebra la persona con disabilità solo se compie imprese straordinarie.

Ma la piena cittadinanza non può essere subordinata alla capacità di diventare un eroe. La qualità di una società inclusiva si misura nella “normalità”: nella possibilità ordinaria di accedere a un’aula scolastica, di prendere un mezzo pubblico, di trovare un lavoro dignitoso e di vivere la propria quotidianità senza dover superare ogni giorno una corsa a ostacoli.
La scuola, in questo processo, non può essere un semplice luogo di sosta. L’inclusione reale non coincide con la sola presenza fisica dell’alunno in classe, ma si realizza quando si costruiscono competenze, relazioni ed esperienze orientate alla vita adulta. Troppo spesso il termine degli studi superiori si trasforma in un “salto nel vuoto”, un momento di discontinuità in cui i servizi si assottigliano e le opportunità si azzerano.

Inoltre, il testo sottolinea come la disabilità non sia solo una condizione individuale, ma il risultato dell’interazione con un contesto sordo. Se una persona in carrozzina non può entrare in un ufficio postale, il limite non è la carrozzina, ma la scala. Le barriere architettoniche, burocratiche e soprattutto culturali sono ciò che trasforma una differenza personale in una condizione permanente di svantaggio.

Il “prima di noi” non è uno slogan, ma un criterio di azione politica ed educativa. Non possiamo permettere che il futuro di una persona con disabilità dipenda esclusivamente dalle risorse economiche, culturali o emotive della sua famiglia di origine: un sistema del genere produce solo profonde disuguaglianze.

Costruire il “prima di noi” significa assumersi oggi la responsabilità di abbattere i pregiudizi – anche quelli mascherati da iperprotezione – e garantire che i diritti riconosciuti sulla carta diventino opportunità concrete nella vita di tutti i giorni. Una società è davvero inclusiva non quando chiede alle persone di superare da sole i propri ostacoli, ma quando lavora ogni giorno per evitare che quegli ostacoli vengano creati.

