Antonio Festa, dal campo di concentramento a Orta Nova. La medaglia d’oro del Presidente Mattarella

Orta Nova non ricorda solo un nome inciso su una medaglia, ma una lezione di umanità trasmessa in silenzio, giorno dopo giorno. Antonio Festa, nato l’11 novembre 1909 e morto nel 1995 all’età di 85 anni, fu uno dei tanti militari italiani deportati e internati dai nazisti dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. Domani, in occasione della Giornata della Memoria, la sua storia ha ricevuto un riconoscimento ufficiale: la medaglia d’onore conferita dal Presidente della Repubblica, ritirata dalla figlia Savina e dai nipoti durante una cerimonia in Prefettura a Foggia.
Ma ciò che rende preziosa questa memoria non è solo il fatto storico, bensì il modo in cui quell’esperienza ha continuato a vivere nei gesti e nei valori tramandati alla famiglia.
«Nonno Antonio ci ha insegnato il valore della pace. L’unione e la condivisione, anche solo di un piccolo tozzo di pane con chi è meno fortunato», racconta il nipote Giuseppe Ciociola. «Lui che ha conosciuto fame, orrore, dolore e morte, ci ha insegnato vita e speranza». In queste parole c’è il cuore di una memoria che non vuole limitarsi al ricordo del passato, ma diventare bussola morale per il presente: pace, solidarietà, rifiuto dell’indifferenza.
Anche Mario, l’altro nipote, custodisce i racconti tramandati dalla madre, che allora era solo una bambina. Le storie del padre internato, filtrate dagli occhi di chi è cresciuto accanto a un uomo che aveva visto il peggio della guerra ma non si è mai lasciato indurire il cuore.
A ricostruire quella vicenda è la figlia 88enne, Savina Festa. «Papà è stato uno degli internati militari italiani», spiega. Dopo l’armistizio, l’8 settembre 1943, furono oltre 600 mila i soldati italiani catturati dai tedeschi e deportati nei campi del Reich, spesso in condizioni durissime perché rifiutarono di aderire alla Repubblica Sociale Italiana o di continuare a combattere al fianco dei nazisti.
Antonio Festa fu catturato il 9 settembre 1943 in Grecia dalle truppe tedesche. Venne trasferito in Germania e internato prima presso lo Stalag 3 D di Berlino, un centro di smistamento per prigionieri, e poi a Norimberga, dove fu costretto a lavorare in condizioni igienico-sanitarie precarie. «Ha conosciuto l’orrore della guerra e la sofferenza, la fame – ricorda Savina – e si è salvato perché i militari tedeschi gli dicevano che era un bravo lavoratore».
Ma la dimensione più profonda di questa memoria non è solo quella della vittima, bensì quella dell’uomo che, anche in prigionia, sceglie di restare umano. «Anche in prigionia papà ha sempre aiutato gli altri – sottolinea la figlia – è stato vicino a chi era disperato, a chi non ce la faceva». In mezzo alle baracche, alle privazioni, alla paura, il gesto forse più rivoluzionario era proprio quello di condividere: un pezzo di pane, una parola di conforto, un segno di vicinanza.
Il valore di questi ricordi sta qui: non soltanto nel raccontare ciò che è accaduto, ma nel mostrare ciò che si può essere anche quando tutto intorno disumanizza. Dividere il poco che si ha, farsi carico della sofferenza dell’altro, rifiutare la logica della sopraffazione: sono gesti che trasformano la memoria della guerra in un patrimonio etico vivo, non in una semplice pagina di storia.
Antonio fu liberato l’8 maggio 1945, con la fine della guerra in Europa. Rientrò a Orta Nova l’11 giugno dello stesso anno. Il ritorno a casa, però, non cancellò ciò che aveva visto e vissuto. «Per moltissimi anni – confida Savina – papà non ha mai parlato di ciò che ha vissuto. L’orrore, la fame, il lavoro nei campi di concentramento». Come molti sopravvissuti, scelse il silenzio, forse per proteggere i suoi cari, forse perché alcune ferite sono troppo profonde per essere narrate subito.
Negli anni successivi trovò rifugio in un luogo lontano dalle barriere di filo spinato: il suo vigneto, nelle campagne di Orta Nova. «Era la sua consolazione, il suo senso di libertà», dice la figlia. Quel pezzo di terra, curato con pazienza, divenne il contrario del campo di prigionia: uno spazio aperto, dove il lavoro non era più imposto ma scelto, dove dalla fatica nascevano frutti e non solo sopravvivenza. Anche questo è un messaggio che arriva fino a oggi: la libertà come responsabilità quotidiana, fatta di lavoro, cura e rispetto della terra.
La medaglia d’onore che è stata consegnata ai familiari di Antonio Festa non è soltanto un riconoscimento istituzionale. È un modo per saldare il debito di memoria verso quegli internati militari italiani troppo a lungo dimenticati, e per ricordare che la pace non è un fatto acquisito, ma un impegno che passa attraverso gesti concreti di solidarietà.
Nella storia di nonno Antonio, di quel “piccolo tozzo di pane” condiviso anche quando non c’era nulla, c’è una lezione che va oltre la sua famiglia e parla a tutti: la Memoria non è solo ricordare il male subito, ma custodire e trasmettere il bene che, nonostante tutto, si è avuto il coraggio di compiere.

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