Home»Cultura e territorio»#5 Viaggiando, s’impara… San Severo: la porta di Puglia

#5 Viaggiando, s’impara… San Severo: la porta di Puglia

San Severo, la porta più antica del Tavoliere delle Puglie, del vino, dell’olio e del grano. La città dei transiti e dei passaggi che ha difeso e protetto la sua terra pugliese dalla notte dei tempi.

San Severo, un bene prezioso per secoli ambito da  varie etnie in cerca di affermazione e colonizzazione, seppur le pratiche mercantili e le tradizioni agricole di questa città ne abbiano influenzato in realtà il commercio delle genti straniere più ricche.
Passando in treno o in macchina tra le dolci colline su cui si stagliano Gargano ed Appennino Daunio, compare ad un certo punto la pianura di San Severo. Distese di grano e vasi sanseveresi, capovolti in giugno a ridosso di ulivi secolari, disegnano lo scenario rurale di una terra fertile, non solo per le colture, ma soprattutto per la sua disposizione strategica.
Secondo una leggenda rinascimentale, San Severo fu fondata dall’eroe greco Diomede con il nome di Casteldrione. A dimostrarlo il “Museo dell’Alto Tavoliere” (noto come MAT), il quale si fa custodia di rari reperti e testimonianze derivanti dagli insediamenti neolitici e bizantini, che nel complesso le venerano il titolo di Città d’Arte. Il Medioevo non ha lasciato gran traccia di sé a differenza dell’intera Capitanata, ma se si osserva dall’alto l’antico borgo, si noterà l’agglomerato architettonico: un centro storico strutturato su tre assi disposti ad ellissi concentriche, ben connesse tra loro. Una costruzione ragionata per la vicinanza della Via Sacra Longobardorum.A differenza di quanto alluda il suo nome, San Severo è stata una realtà pagana fino al 536 d.C. La sua conversione al Cristianesimo si deve solo a San Lorenzo Maiorano, all’epoca vescovo di Siponto, che impose così agli abitanti del luogo la conversione alla religione cristiana donandogli il nome del Governatore Severo, da lui convertito. Nonostante tale imposizione religiosa, San Severo ha sempre manifestato un mix contaminazioni culturali. Entrando in città, oltre al monumento del vecchio contadino con la zappa, non è mai capitato di notare qualche particolarità? L’imponenza degli altissimi campanili bizantini. In effetti, il mare non è così distante. I suoi floridi commerci, ambiti da mercanti veneti, saraceni, ebrei e fiorentini, resero San Severo il fiore all’occhiello del Mezzogiorno. I suoi abitanti, brulicanti e attivi con il contatto esterno e straniero, non permisero mai a nessuno di esser soggiogati, tanto meno dal dominio ecclesiastico dei monaci benedettini e da Federico II poi. Le mura vicine a Porta Mercato sono testimoni di questa ribellione, della voglia di libertà ed espressione dei sanseverini. Una rivolta costante nei tempi, che ha permesso di mantenere viva l’economia del paese a tal punto da raggiungerne l’apice soprattutto in età barocca, periodo in cui il mercato del dazio per le greggi provenienti dall’Abruzzo si fece sempre più fitto.
Il fascino delle sue chiese e dei monumenti, dettati dal colore rossastro, forse non è dovuta alla terra, bensì al vino, l’oro rosso di San Severo che, come per l’oliva peranzana, ne detiene il primato pugliese per qualità ed originalità nelle tecniche di produzione. Una storia agricola radicata nel sapere e nell’identità di questo luogo che per quanto mariano, dato il forte credo della Festa del Soccorso, sprigiona l’eco del legame con il territorio e la responsabilità di rappresentare e difendere la sua eccellenza made in Puglia.

 

Fonte: Città di San Severo

Viaggiart

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