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Book Reporter #4: Chiara Gamberale alla ricerca di “Qualcosa” che ci curi i buchi del cuore

Per il mese di febbraio abbiamo pensato all'ultimo romanzo di Chiara Gamberale "Qualcosa". Una fiaba moderna che cerca di farci conoscere meglio noi stessi

Book Reporter è la nuova rubrica di Foggia Reporter dedicata ai libri. Recensiremo un libro al mese, cercando di incuriosirvi il più possibile e di raccontarvi a nostro modo il mese attraverso la lettura di un libro da noi scelto. Questo progetto si svolge in collaborazione con la libreria Kublai – Libri. Cibi. Incontri di Lucera. Che siate o meno assidui frequentatori di librerie o biblioteche potete dare un’occhiata al nostro articolo che verrà pubblicato alla fine di ogni mese per darvi di volta in volta consigli di lettura.

“Mi metterò una maschera/da pagliaccio,/per far credere a tutti/che il sole è di ghiaccio./Mi metterò una maschera/da imperatore,/avrò un impero/per un paio d’ore:/per volere mio dovranno/levarsi la maschera
quelli che la portano/ogni giorno dell’anno…/E sarà il Carnevale/più divertente/veder la faccia vera/di tanta gente”. Così recita una famosa filastrocca di Gianni Rodari sulla festa più colorata di febbraio e di tutto l’anno. Non si può pensare al mese di febbraio senza pensare ai coriandoli, alle stelle filanti e alle maschere che dai più piccoli ai più grandi colorano il viso per alcuni giorni. Pirandello aveva fatto della maschera il centro delle sue opere, ma non è forse la maschera il centro della nostra vita? Non siamo forse “costretti” a indossarla tutti i giorni e non solo a Carnevale?

Indossiamo una maschera per difenderci, ci fa da scudo quando ci sentiamo disarmati e deboli; indossiamo una maschera quando vogliamo apparire a tutti i costi meglio di quel che siamo, vogliamo essere i migliori a tutti i costi e non ci importa se dobbiamo frantumare in mille pezzetti a mo’ di coriandoli la nostra vera personalità; indossiamo poi una maschera con noi stessi, quando rifiutiamo di guardarci dentro, di vedere il nostro riflesso nello specchio così com’è, con i suoi difetti, con i suoi errori, ma sincero e vero. Ci fa paura la verità e per questo preferiamo giocare un ruolo piuttosto che metterci a nudo. Per questo mese abbiamo voluto proporvi una fiaba moderna che con toni leggeri e allegri tocca le corde più delicate e intime del nostro cuore, quelle che nascondiamo gelosamente agli altri ma anche a noi stessi.

Qualcosa della scrittrice romana Chiara Gamberale è una vera e propria fiaba 2.0 con le colorate illustrazioni di Tuono Pettinato, da una settimana prima nella classifica dei libri più venduti. Come Il piccolo principe, questo romanzo edito da Longanesi e nelle librerie da febbraio, riesce a tirar fuori la nostra parte più intima, quella che forse non sapevamo neppure di avere, la nostra parte “troppo” nascosta che ci fa male e ci fa riflettere. Così in maniera cristallina, senza molti filtri, l’autrice parla di mancanze, di vuoti, di sentimenti, di dolore e della paura di essere normali e non “troppo qualcosa”.

Viviamo in città sempre più caotiche, dal ritmo frenetico al cardiopalma, in cui tutto va troppo veloce e come marionette appese a fili invisibili viviamo le nostre giornate riempiendole di mille impegni che non ci lasciano respirare. Sembra banale ma non lo è, a volte basterebbe solo respirare un po’ di più, sedersi e non far nulla, in una vita che sembra essere un’ostinata corsa contro il tempo. Abbiamo perso l’abitudine di guardare ciò che ci circonda e di stupirci anche delle cose più semplici che ci sembrano esser niente. Un tramonto sul mare, il profumo dei fiori quando arriva la primavera, l’odore del pane caldo appena sfornato, i colori delle stagioni che cambiano e il suono delle onde che si infrangono sugli scogli, tutto questo ormai sembra aver perso la sua importanza per occhi che cercano sempre qualcosa di più.

Con leggerezza e come una mamma che racconta la fiaba della buonanotte al proprio bambino, la Gamberale ci trascina per mano nella storia della Principessa Qualcosa di Troppo, una principessina iperattiva che già con il suo primo grido fece capire a tutti che c’era qualcosa che non andava, “qualcosa di complicato da spiegare”.  Era come se volesse urlare al mondo: «Io esisto!». Quella bambina, così piccola, ma con due occhi spalancati come finestre attente su ciò che le succede intorno, aveva qualcosa di speciale e  “Qualcosa di troppo” diventò perciò il suo nome.

Giorno dopo giorno cresceva e voleva tanto, tutto, troppo. Parlava tanto la principessa, troppo, e gli altri bambini del regno la tenevano alla larga, loro erano semplici ragazzini a cui bastava giocare due volte al giorno e fare merenda, cose delle quali la principessa non si accontentava di certo e iniziava così ogni giorno una nuova avventura da sola. Era l’emblema dell’esagerazione, sempre alla ricerca di qualcosa di più. Dura la vita per chi non è mediocre, e a tal proposito si potrebbe pensare ad un romanzo dell’autore francese Diderot, Il nipote di Rameau, in cui lo scrittore dialoga con il nipote cialtrone del famoso musicista Rameau. I due parlano di quanto sia difficile essere un genio, essere qualcosa che gli altri non sono e che spaventa. Si è condannati a rimanere soli. La principessa non era forse un genio ma sicuramente non era come tutti gli altri ragazzini della sua età e, purtroppo, chi è diverso fa fatica ad essere accettato, perché la mediocrità non fa puntare il dito quanto la particolarità.

È difficile crescere e farsi strada quando ci si sente “troppo” e Chiara Gamberale ci trascina nel complicato mondo di una tredicenne che troppo presto perde la madre e si ritrova ad avere un buco profondissimo al posto del cuore. Non riesce neppure a piangere, tanto le fa male quella ferità così aperta, troppo aperta, che difficilmente riuscirà a chiudersi.

 “Perché quando ci succedono cose troppo brutte, ci mettiamo un po’ ad accettarle, tanto che all’inizio non ci sembrano nemmeno vere. E mentre la testa prende tempo per capirle, il cuore ci diventa un pezzo di groviera. È così che succede”.

Incontra poi su una collina il Cavalier Niente e capisce quanto sia difficile per lei starsene con le mani in mano o stare in silenzio per un po’, senza fa nulla. Abbiamo costantemente paura di sentirci inutili e di farci vedere dagli altri come fannulloni, tendiamo perciò a incastrare mille cose in una sola giornata pur di sembrare obbligatoriamente impegnati. Parliamo sempre, troppo, non riusciamo ad amare il silenzio perché ci spaventa il vuoto, la solitudine e il non far niente. La scrittrice fa una sottile e velata critica al nuovo mondo fatto dai social network che paragona a lenzuola stese al balcone e stracolme di stati d’animo, specchi però di amare solitudini. I social network ci permettono di essere sempre connessi con tutti, ma mai con noi stessi. Fa paura connettersi a noi stessi, preferiamo evitare di guardarci dentro perché non sappiamo cosa potremmo trovarci ma allo stesso tempo sbandieriamo il nostro ”privato”, twittando le nostre emozioni e “postando” ogni singola esperienza o pensiero. La nostra vita è diventata sempre più un controsenso, un paradosso, un contenitore di relazioni virtuali fredde e spesso finte.

Un libro da leggere tutto d’un fiato, per niente scontato e con molti spunti di riflessione. I buchi che trasformano il cuore in groviera fanno male, bruciano, ma non serve a molto starsene fermi a guardarli, senza far nulla. Bisogna entrare in quei solchi e vedere davvero com’è starci dentro. Non si possono riparare, i buchi per quanto ti ostini a riempirli rimarranno sempre vuoti, ma si può imparare ad accettarli.

“Se non fai pace con lo spazio vuoto dentro di te, niente potrà mai davvero riempirti”

La principessa che non riesce a star ferma capisce quanto sia importante a volte il dolce far niente, quanto sia importante prendersi un po’ di tempo per riflettere, per guardarsi dentro, per alzare la testa e guardare le nuvole, senza far molto, in silenzio, amando finalmente quel Niente che per tutta la vita aveva cercato di tener lontano.

 

 

 

 

 

 

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