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Contrastare il sorgere di nuovi ghetti per rilanciare l’economia e il territorio

Giorgio Cislaghi (Circolo Che Guevara) sui nuovi ghetti e le iniziative necessarie per contrastare il caporalato

Riceviamo e pubblichiamo le riflessioni di Giorgio Cislaghi (Circolo Che Guevara) sui nuovi ghetti e le iniziative necessarie per contrastare il caporalato

Come da oltre un decennio, alla fine della primavera, all’inizio della stagione agricola, tornano a riempirsi i vecchi e i nuovi ghetti della nostra provincia. Quanti siano i ghetti è un dato che non si conosce, o almeno se qualcuno lo conosce no lo diffonde, sta di fatto che pochi giorni fa si è venuti a conoscenza di un “nuovo ghetto di bulgari” in seguito all’arresto di un caporale e alla denuncia dell’imprenditore agricolo che fruiva della “mediazione di mano d’opera” illegale.  Nelle vicinanze dell’ex Gran Ghetto, chiuso per l’iniziativa della Regione Puglia coordinata dal rimpianto Stefano Fumarulo, sta sorgendo indisturbato un nuovo ghetto fatto con roulotte e baracche in muratura, un nuovo ghetto meno “raffazzonato” segno che all’imprenditorialità dei caporali non mancano risorse o inventiva, quel che manca è solo l’impegno costante delle istituzioni a contrastare questa forma di illegalità diffusa che mina pesantemente la nostra economia agricola.

Cosa siano i ghetti ce lo raccontano le indagini della DDA sull’ex Gran Ghetto e i servizi giornalistici sul ghetto attorno (e dentro?) il CARA di Borgo Mezzanone. Sfruttamento della prostituzione, con offerta di “prestazioni low cost” per attirare una italianissima clientela, vendita illegale di sostanze alimentari di dubbia qualità e provenienza, sfruttamento dei braccianti agricoli senza escludere lo spaccio di “sostanze stupefacenti”, violenza sule persone e altre nefandezze.

Lo avevamo detto che lo smantellamento del Gran Ghetto era solo l’inizio, che da solo non avrebbe potuto cambiare granché perché, facile e diffusa profezia, chiuso un ghetto se ne fa un altro e la sfida lanciata allo Stato con la costruzione di un nuovo ghetto adiacente al vecchi non può e non deve rimanere senza risposta: deve essere prontamente smantellato; devono essere denunciati i nuovi padroni del ghetto; devono essere indagati tutte le persone che ne permettono la nascita.

In questo quadro di “scarsa attenzione” brilla l’indifferenza attorno al Ghetto dei Bulgari, portato alle cronache per le condizioni indecenti di vita di cittadini europei e da un incendio doloso che ha causato un morto. Questo ghetto doveva essere smantellato in seguito a una ordinanza di sgombero ma è ancora lì e le condizioni di vita delle persone se sono cambiate lo sono in peggio come, anche in questo ghetto, è forte il sospetto che con la nuova stagione agricola sia ripresa l’azione di sfruttamento dei caporali.

Se il ritardo dello Stato nell’erogare i fondi del PON legalità, promessi inseguito alla firma del protocollo control il caporalato (maggio 20169, ritarda l’iniziativa della Regione Puglia nell’attrezzare le aree per l’ospitalità pubblica dei braccianti migranti, se le “inerzie” nell’intercettare finanziamenti europei, l’assenza di programmazione dei Piani Sociali di Zona, impedisce al Comune di Foggia di attrezzare aree di sosta per i braccianti di etnia rom sono la prima delle tre “cause strutturali” che obbligano i braccianti a vivere nei ghetti, l’incapacità di imporre un collocamento legale dei braccianti migranti, alternativo a quello del caporalato, è la seconda “causa strutturale”. Cosa è rimasto delle proposte di “certificazione di filiera etica” fatte gli scorsi anni? Nulla, non un centesimo messo a bilancio, non una iniziativa che non sia solo repressiva. Quali saranno i risultati della legge contro il caporalato lo vedremo a fine anno ma le premesse non sono incoraggianti vista l’assenza  di dati sulle azioni di contrasto messe in campo.

C’è bisogno di nuove iniziative che riescano a favorire la “fuga dai ghetti” con azioni di “accompagnamento” al lavoro dei braccianti che si sottraggono ai caporali e, contemporaneamente, con forme di sostegno alle aziende che rifiutano l’intermediazione dei caporali per procurarsi i braccianti. Un mix di interventi che trova un primo esempio positivo nell’affidamento dell’Azienda Fortore a Casa Sankara. Positivo non solo perché si è dato lavoro a decine di persone che si sono ribellate ai caporali ma anche perché gestite direttamente da migranti che si sono assunti direttamente l’impegno dell’integrazione sociale senza ricorrere ad altre mediazioni che, volenti o no, sono destinate a creare proteste e nuove occasioni di manifestazioni di intolleranza sociale.

Per contrastare il caporalato non basta finanziare un trasporto locale ad hoc, terza “causa strutturale”, che porti braccianti dai punti di reclutamento (quali sono?) alle aziende magari finanziando le stesse aziende che hanno soppresso fermate sulle strade statali (vedi le fermate soppresse sulla SS 89) con evidenti disagi anche per i lavoratori agricoli oltre che per i residenti.

Per restituire dignità alla nostra provincia, per ridare lustro alla nostra industria agricola permettendole di tornare a testa alta sui mercati internazionali con produzioni di qualità bisogna, in primo luogo, sostenere quel che di buono c’è sul territorio intervenendo con incentivi economici a sostegno degli imprenditori agricoli, magari cominciando dai consorzi di filiera, sponsorizzando la creazione di un collocamento che garantisca alle aziende agricole lavoratori in regola e condizioni che soddisfino le leggi sul lavoro chiedendo in cambio stipendi e trattamenti come da Contratto Nazionale di Lavoro.

La creazione di condizioni di vita che permettano la permanenza dei braccianti migranti sul nostro territorio oggi è l‘unico modo possibile per contrastare il fenomeno dello spopolamento della nostra provincia e non saranno SPRAR o CAS che invoglieranno i migranti a restare a vivere e lavorare da noi, per noi e con noi. Chiudere i ghetti, sconfiggere il caporalato fa tutt’uno con il rilancio dell’economia agricola e della popolazione della nostra provincia, continuare con iniziative parziali è solo segno di miopia e cattiva gestione delle, poche, risorse economiche che abbiamo a disposizione.

 

 

Foggia 5 giugno 2017

Giorgio Cislaghi per il Circolo Che Guevara

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