Cultura e territorio

Manfredonia, 43 anni dopo la terribile esplosione nell'ex stabilimento Anic

Manfredonia – Il mese di settembre per la cittadina che si affaccia sul mare a pochi chilometri da Foggia, è un mese che porta con sè il ricordo di un tragico evento, la terribile esplosione, avvenuta il 26 settembre 1976, nell’ex stabilimento Anic.

Domenica 26 settembre 1976 ore 9.40 circa, un forte boato sveglia la cittadina di Manfredonia. Cosa è successo? E’ scoppiata la colonna di assorbimento di anidride carbonica inserita nell’impianto del gas di processo per la produzione di ammoniaca dello stabilimento petrolchimico Anic, situato a meno di un chilometro dal centro abitato. 

Quell’incidente provocò l’immissione nell’aria di tonnellate di anidride arseniosa e di ossido di carbonio. Il materiale ferroso, dopo l’esplosione, venne sparso per un raggio di oltre 300 metri, danneggiando notevolmente gli impianti circostanti.

Immediatamente si propagò una nube di anidride arseniosa alta oltre duecento metri, che si disperse nell’atmosfera, depositandosi poi sul suolo per un raggio di circa due chilometri.

L’incidente di quella mattina di settembre avrebbe potuto assumere proporzioni ancor più catastrofiche se quel giorno fosse stato lavorativo e non domenica.

Un bruttissimo ricordo quello che, ogni anno, alla fine di settembre, ritorna prepotentemente nella mente e nei cuori dei tanti manfredoniani che vissero quel momento di grande panico e paura.

Ecco alcune dichiarazioni di Matteo di Sabato, pubblicate su ‘ManfredoniaNews.it’: “Dopo circa quindici minuti dallo scoppio, raggiungo lo stabilimento, mi dirigo presso l’infermeria dove uno spettacolo allucinante mi si presentò davanti. Momenti di panico e di sbigottimento tra gli operai addetti agli impianti circostanti, assistiti dal dott. Ermete Barbato.

Molti di essi, con il volto sbiancato, ancora increduli per l’accaduto, visibilmente traumatizzati si scrollavano di dosso l’anidride arseniosa dopo essersi liberati dagli indumenti. A dir poco criminale fu il comportamento di alcuni dirigenti dell’azienda che minimizzarono l’accaduto dichiarando che l’enorme nube sprigionatasi nell’aria, altro non era che semplice vapore acqueo.

Nel tempo l’incidente, il più grave nella storia del petrolchimico, provocò parecchie morti per tumore (si parlò di venti persone), tra queste anche Nicola Lovecchio che con la sua tenacia dimostrò la causa di quelle morti. 

Ancora oggi, a distanza di quarant’anni si continua a morire, poiché non si è mai provveduto a bonificare a dovere l’intera zona contaminata”.

Redazione

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