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La cura e l’attesa

Si è concluso oggi il XV convegno nazionale di pastorale giovanile (Pg), organizzato dal Servizio nazionale di Pg della Cei (Conferenza Episcopale italiana), svoltosi a Bologna dal 20 al 23 febbraio. Tema dell’assise è stata “La cura e l’attesa”. I partecipanti sono stati oltre settecento, provenienti da centosessantacinque diocesi italiane. Tra i presenti anche una rappresentanza della Pg di Foggia. Come deve essere un buon educatore? Quali le sfide? Sono le domande alla base dei lavori che sono stati aperti dallo psichiatra Vittorino Andreoli. Nella quattro giorni di convegno tanti sono stati gli spunti di riflessione, le attività e le condivisioni.

Da sottolineare la presenza, tra i relatori chiamati a parlare a Bologna, di una docente e ricercatrice in Pedagogia Sperimentale dell’Università degli Studi di Foggia, Antonia Chiara Scardicchio. La sua prolusione è stata caratterizzata da un’intensa passione e dedizione educativa ed espositiva. Tema di fondo del suo intervento è stata la figura dell’educatore. Qual è il suo ruolo oggi? La professoressa Scardicchio ha scelto di condividere la storia delle sue competenze, della sua ricerca e del suo sentire. In un discorso energico e nutrito di spunti ha sottolineato che “il compito di un insegnante è insegnare a vivere. Chi ci ha insegnato a vivere? Per comprenderlo dobbiamo rivedere alla moviola la nostra biografia per capire chi sono stati i nostri educatori. Ma alla base ci sono altre domande: che cos’è vivere? chi è un adulto? Quando diventiamo adulti? Proviamo a stare al cospetto della nostra storia per comprendere qual è il giorno in cui siamo diventati adulti. Forse questo giorno è stato nel momento di passaggio tra una dimensione di incanto, tipica del bambino e dei giovani, a quella di disincanto? Può essere questo il reale passaggio? E’ segno di adultità?”. E’ stato questo il cuore del suo intervento che ha attirato le attenzioni dei presenti.

Infine la professoressa Scardicchio ha fornito una spiegazione chiara e puntuale delle espressioni cura e attesa. Ha affermato: “proviamo a declinarle in questo modo: considerarle due forme corrispondenti al codice materno e al codice paterno. Quello materno rappresenta la cura che non coincide con la dimensione della chioccia, con la protezione assoluta, con la sostituzione di sé. La cura coincide con le fragilità nostre e degli altri. L’attesa, invece, potrebbe sembrare l’operazione opposta. Rinuncio e sto fermo. Qui il codice paterno che richiama la pedagogia scout: ti lascio andare nel bosco ed attendo! Chi ci educa realmente? La nostra esperienza”.

Questo intervento ha riscosso e mosso grande interesse tra i partecipanti ed ha rappresentato per la nostra Università e per la città intera motivo di orgoglio.

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