EDITORIALE – La fine ingloriosa, o quantomeno il drammatico congelamento, dell’amministrazione guidata da Maria Aida Episcopo non è solo una crisi di palazzo confinata all’interno di corso Garibaldi. Il collasso della maggioranza sul voto del Rendiconto 2025, che ha spinto la sindaca alle dimissioni, ha l’eco fragorosa di una sconfitta politica nazionale. Foggia, d’altronde, non è mai stata un comune qualsiasi: nell’autunno del 2023 era stata eletta a simbolo del riscatto civile dopo il buio del commissariamento per infiltrazioni mafiose, sbandierata dai vertici romani di PD e Movimento 5 Stelle come il prototipo vincente del “campo largo”. Oggi, quel prototipo si è rivelato un castello di carte.
La stampa nazionale ha fotografato con spietata lucidità il naufragio del modello foggiano. Dal Corriere della Sera a La Repubblica, la narrazione collettiva converge su un dato di fatto incontrovertibile: l’alleanza progressista si è sciolta come neve al sole non su una visione strategica per la Capitanata, ma sulle logiche più vecchie e logoranti della politica, quelle legate ai mini-rimpasti e alla spartizione delle poltrone. Lo strappo consumato nell’aula consiliare con l’assenza calcolata di pentastellati e socialisti mostra la distanza siderale tra i proclami di unità dei leader nazionali e le faide intestine dei territori.
In questo scenario desolante, il gesto della sindaca Episcopo assume una duplice valenza. Da un lato, il suo duro sfogo — il riferimento alle sue “mani pulitissime” e al “valore della dignità” — è un sussulto d’orgoglio istituzionale che i commentatori hanno giustamente registrato come un atto di coraggio. Dall’altro, è la certificazione di un’impotenza: l’ammissione che persino una figura civica e stimata viene stritolata quando i partiti decidono di anteporre i propri posizionamenti interni al bene comune.
Ora si apre la clessidra dei venti giorni. Le diplomazie romane sono già al lavoro per tentare una disperata mediazione dell’ultimo minuto, terrorizzate dall’impatto che il crollo di Foggia avrà sulle future alleanze nazionali e sulle imminenti sfide elettorali. Ma una domanda sorge spontanea: anche se si arrivasse a un miracoloso e forzato “passo indietro” della sindaca, quale credibilità potrebbe avere una giunta rimessa in piedi con lo scotch e il ricatto politico?
Foggia meritava una narrazione diversa. Meritava stabilità, continuità e una classe dirigente capace di proteggere la città dallo spettro di un nuovo commissariamento. Assistere allo spettacolo di una maggioranza che capitola sul bilancio per un calcolo di poltrone è uno schiaffo ai cittadini e, prima ancora, a quell’idea di “campo largo” che qui doveva dimostrare di saper governare, e che invece ha dimostrato solo di saper litigare.
