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UE e gioco d’azzardo, serve una legge unica per dare sicurezza a tutti i giocatori

Con il Decreto Dignità l’Italia è diventata il primo paese in Europa ad applicare uno stop totale alla pubblicità e alle sponsorizzazioni per il gioco d’azzardo, un ban che vede pochi casi simili anche in tutto il globo. All’art. 9 del decreto, che agisce anche su altri ambiti della sfera socio-economica italiana, viene stabilito che le aziende del gioco d’azzardo non potranno più dotarsi di uno dei più preziosi strumenti in possesso: il marketing.

La principale obiezione mossa dagli addetti ai lavori, che sono stati anche gli unici a porsi in contrasto con l’iniziativa anti-gioco, è che la pubblicità sarebbe uno strumento utilissimo per riuscire a separare e distinguere il gioco d’azzardo legale da quello effettuato senza regolare licenza. Alcune tesi sostengono questa teoria, altrettante dimostrano che è la pubblicità a far salire i livelli del volume di gioco (che è proprio il contrario dell’obiettivo governativo). Altra questione sorta in seguito all’approvazione del disegno di legge è l’iniquità in termini di concorrenza che si verrà a creare con gli altri paesi europei, non proprio un dettaglio per un mercato che vale 100 miliardi di euro (giocate totali nel 2017) e che versa nelle casse dello Stato italiano oltre 10 miliardi.

Tutto ciò avviene in un contesto continentale dove non esiste un ordinamento unico per regolamentare il mercato ma si forniscono solo delle linee guida per indirizzare la giurisprudenza dei singoli Stati. È questo il principale verdetto della ricerca condotta da City University of London e finanziata dalla EGBA (European Gaming and Betting Association), l’associazione che riunisce i principali operatori di gioco con licenza europea. Secondo questo studio (qui l’intero elaborato) le differenze che esistono tra i vari ordinamenti degli Stati membri hanno generato un rischio per la sicurezza dei giocatori dell’area UE, che non sono sottoposti agli stessi controlli e non godono delle stesse garanzie.

Quanto sono sicuri i giocatori europei?

La ricerca dell’università londinese è sostanzialmente basata sul confronto tra i singoli ordinamenti dei 28 Stati membri dell’Unione e la Commission Recommendation del 14 luglio 2014, una traccia realizzata dalla Commissione Europea con gli obiettivi che i singoli Stati avrebbero dovuto raggiungere in termini di sicurezza del consumatore e tutela dei minori, ovviamente in tema di gioco d’azzardo. Il dato da titolo alto, almeno alle latitudini scandinave, è che la Danimarca è l’unico paese il cui ordinamento risponde perfettamente agli input della Recommendation del luglio 2014.

Gli altri paesi ci stanno ancora lavorando. Ben 25 paesi, quasi la totalità dell’UE, richiedono a ogni giocatore di fornire i suoi dati per registrare un account di gioco prima di poter accedere ai siti dei vari operatori del gambling, solo 22 tra questi prevedono anche un corretto iter di verifica. Anche l’Italia è tra questi, il protocollo di verifica spetta all’Agenzia dogane e monopoli (ADM, ex AAMS), anche se nello studio della EGBA viene contestato il periodo troppo lungo che intercorre tra l’iscrizione e il controllo dei dati, ben 30 giorni.

In ogni paese è stabilita un’età minima per poter accedere al gioco, ma solo per 22 di questi la soglia minima per sedersi ai tavoli è fissata a 18 anni. Tra questi vi è anche il nostro paese che fa bella mostra di questa norma in testa ad ogni sito di gambling autorizzato dai monopoli di stato. Secondo la ricerca in 13 paesi dell’Unione il divieto di gioco per i minori deve essere segnalato anche durante la trasmissione delle varie reclame del settore, in questo caso l’Italia ha fatto ancora di più eliminando direttamente tutta la pubblicità. Infine ben 23 paesi prevedono un sistema di autosospensione da parte degli stessi giocatori, 14 tra questi tengono i nominativi in un registro nazionale, anche se in nessun caso questi dati vengono direttamente forniti al servizio sanitario nazionale o ad associazioni che si occupano di aiutare i casi di dipendenza. Lo stivale prevede che i suoi giocatori possano “sospendersi” dall’attività ludica, precisamente per 30, 60 o 90 giorni. L’esclusione è consentita anche in senso opposto, dalla società di gambling verso il giocatore.

Inoltre, se una persona decide per l’autoesclusione permanente, questi ha facoltà di tornare poi sui suoi passi ma, secondo l’ordinamento italiano, dovrà attendere almeno 6 mesi.

Cosa ne pensa l’Europa?

Il quadro della questione è chiaro: l’Europa ha fornito delle linee guide per dare sicurezza a chi si approccia al gioco d’azzardo e per tutelare i minori che ne sono attratti, gli Stati europei si sono autoregolamentati declinando queste linee guida nei vari ordinamenti nazionali.

Però un mercato così in espansione come quello del gioco d’azzardo che continua a crescere proprio grazie all’online, che sta puntando molto sull’offerta digitale come possiamo vedere dalle library piene di slot e casinò games nei siti dei principali player del settore, questo mercato trova nella non omogeneità delle leggi i rischi per la sicurezza dei giocatori. Questo concetto è ben espresso nel commento allo studio fatto dallo stesso Segretario Generale dell’EGBA Maarten Haijer: “Poiché il gioco d’azzardo online, in Europa, è regolamentato su base nazionale, il livello di protezione dei consumatori fornito ai giocatori varia a seconda di dove risiedono nell’UE e questo è del tutto inadeguato per quello che è un settore digitale intrinsecamente senza confini”. I regolamenti nazionali invece i confini ce li hanno eccome, questa cosa si ripercuote anche nella catalogazione dei dati forniti dai singoli paesi, come specificato dal Commissario Eu Elzbieta Bienkowska: “Nonostante l’esistenza di alcuni studi sul gioco d’azzardo problematico, è generalmente riconosciuto che è difficile valutare la diffusione dei disturbi di gioco e il loro impatto economico e sociale”.

Insomma, la necessità di un ordinamento più omogeneo, se non unico, è sentita trasversalmente anche in questo ambito.

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