Sono trascorsi sette anni dalla notte in cui Donato Monopoli, giovane cerignolano, non è più tornato a casa. Morto dopo mesi di agonia presso l’Ospedale di San Giovanni Rotondo a causa delle gravissime ferite riportate durante una rissa scoppiata in un locale di Foggia, Donato Monopoli oggi rappresenta il simbolo di una giustizia sino ad oggi ancora negata.
I genitori Giuseppe e Donata hanno intrapreso una battaglia giudiziaria ed anche civile, sollecitando l’opinione pubblica a chiedere giustizia per il ragazzo, ingiustamente privato della vita. Più volte la coppia è stata invitata nelle scuole, per parlare con i ragazzi, testimoniando con la loro presenza e il racconto della storia di Donato quanto la violenza sia sempre deprecabile.
Tralasciando i dettagli giudiziari, abbiamo voluto dare voce ai genitori di Donato, che lunedì prossimo 24 novembre torneranno nuovamente in aula per un’udienza dell’Appello-bis. Il procedimento si svolgerà secondo i principi del “rito abbreviato”, quindi a loro non sarà concessa parola. La coppia si rivolge ai due imputati Stallone e Verderosa, condannati sia in primo che in secondo grado. Ora però il processo è tutto da rifare.
“Il 24 novembre si ritorna in aula, a Bari. Noi genitori, come sempre, ci saremo. Anche se non ci è concesso parlare, una cosa vogliamo dirla lo stesso. Sono passati sette anni da quella maledetta notte.
Sette anni che per noi sono stati un’eternità, vissuti nel dolore, nel silenzio, nell’attesa infinita di una giustizia che ancora rincorriamo. Voi, invece, li avete vissuti da uomini liberi.
Avete strappato Donato alla vita. A noi. Ai suoi sogni. Ai suoi abbracci.
E quello che fa ancora più male è che, in tutti questi anni, non abbiamo mai ricevuto nemmeno una parola. Non un gesto. Non un “mi dispiace”. Né da voi, né dai vostri genitori. Non ci aspettavamo che questo potesse cancellare ciò che è stato. Perché un figlio non si toglie così.
Ma un segno, per rispetto, per umanità… ce lo aspettavamo. Perché un genitore, davanti al dolore di un altro genitore, dovrebbe capirlo.
In aula, in questi lunghi anni, abbiamo sentito di tutto:
Che Donato avesse un aneurisma dalla nascita.
Che la colpa fosse dell’ospedale.
Che ci fossero state addirittura delle molestie.
Ma la verità è una sola: se quella sera non gli avessi sferrato quel pugno, se non ti fossi seduto a cavalcioni continuando a colpirlo, oggi Donato sarebbe ancora con noi.
Tutto il resto sono solo parole. Tentativi di cancellare una verità scomoda. Ma noi, quella verità, la guardiamo negli occhi ogni giorno.
E ogni giorno chiediamo solo una cosa: Giustizia. Perché quella verità ha un volto, ha un nome, e si chiama DONATO”.
