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Una nostra cattiva usanza “gué… li scorz”

Una nostra cattiva abitudine, ce ne parla Ettore Braglia

È un infantile e petulante grido, specie della controra che porge motivo di riflettere e di sollecito intervento delle Autorità cittadine.

Delle volte i rimedi a un male o le innovazioni sono controproducenti, e come nel caso in oggetto; l’igiene e la salute né vanni di mezzo.

Fino a quando le spazzature si buttavano, specialmente dai pianterreni fuori della strada, l’attuale modo di raccogliere gli avanzi di cucina non vigeva, ma da quando s’introdussero i raccoglitori d’immondizie a domicilio e si è proibito (con grande vantaggio del decoro civico) di lanciare dalla finestra (qualche volta sulla testa del passante) o dalla porta di casa ogni tipo di rifiuto ( tali almeno erano le prime disposizioni ma poi le maglie dalla catena sono andate mano mano rallentandosi ed oggi, malgrado l’esistenza impresa della nettezza urbana con relativa tassa si è tornati alla vecchia trascuratezza è sorta una nuova forma di raccolta che per fortuna si limita ad un breve periodo dell’anno.

Durante i mesi di Agosto e Settembre i nostri caprari per alimentare le mucche, andavano in giro rovistando le immondizie (spettacolo affatto edificante) in cerca di cortecce di melone e fichi d’india che riponevano in cesti e sacchetti.

Ora che i cumuli di spazzatura sono stati eliminati, quasi del tutto, dagli angoli delle strade della città vecchia, provvedono alla bisogna uno sciame di ragazzi d’ambo i sessi, che dalla mattina alla sera, ancora più insistentemente nel pomeriggio gridando “ Guè lì scorze”, batte tutte le vie e bussa a tutte le porte, sapendo che le massaie amano disfarsi subito di tali resti della mensa.

Non è, di certo, un quadretto folclorico che si tenta di abbozzare, bensì si osa solo richiamare l’attenzione a quel tempo che le autorità competenti non erano molto attente sui gravi inconvenienti che ne derivavano.

I bambini non erano forniti tutti di cestini o di un recipiente o un sacchetto qualsiasi per deporvi le bucce che frequentemente sbavate o raccolte da terra erano invece portate tra le braccia, strette al petto con le manine; mani che dopo la consegna delle cortecce nella stalla, indubbiamente dai famigliari, non sono lavate, nonostante l’abbondante fresca e linfa del Sele.

Per giunta con quelle stesse mani, così conciate il bambino poco dopo sbocconcella il panino della colazione.

Come si vede, questo rudimentale e degradante sistema, introdotto in antitesi della civiltà che avanza, costituivano gravissimo pericolo per la pubblica igiene ed era un vero attentato alla salute di tantissime giovanissime piante e maggiormente condannevole quando le provvidenze che il governo adottava, le spese che lo Stato ed Enti pubblici incontravano per mantenere preventori, sanatori e impianti diversi a combattere la tubercolosi e tutte le malattie contagiose.

A cura di Ettore Braglia

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