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Un tuffo nel passato: le domeniche a Foggia negli anni ’70

Quante volte abbiamo sentito la frase “Si stava meglio quando si stava peggio”? Chi ha vissuto l’adolescenza a Foggia negli anni ’70, penso ad esempio ai miei genitori, quella frase rimbomba nella testa e porta con sé mille ricordi.

«Ci divertivamo con poco» continua a dirmi mio padre mentre cerca tra alcune foto un po’ ingiallite un ricordo di quegli anni. Oggi è domenica, molti dormono ancora, ma negli anni ’70 cosa succedeva? Concediamoci un tuffo nel passato, in una Foggia diversa, forse per alcuni aspetti migliore di quella di oggi, dove la domenica mattina non era domenica se non si andava nella villa comunale, quando era ancora un “paese dei balocchi” e le ore trascorrevano tra giochi, gelati, biciclette, passeggiate, altalene e sorrisi. La domenica era un giorno bellissimo, magico, non come oggi che ci vede tutti a sbuffare pensando che l’indomani sarà un altro lungo lunedì da passare a lavoro, scuola o università. La domenica si viveva pienamente e iniziava non più tardi delle 9 quando il profumo del caffè inondava la casa, la colazione non prevedeva merendine e conservanti vari, ma latte e cacao, biscotti, pane con olio e zucchero o un ciambellone caldo che la mamma aveva appena sfornato.

Dopo aver fatto il bagno (la doccia non era diffusa come oggi), indossato il “vestito bello” e le scarpe nuove, si andava a messa con gli amici che puntualmente citofonavano e aspettavano giù. La domenica era il giorno della paghetta, il giorno preferito da tutti i ragazzini, con 100 lire si poteva comprare il gelato e le figurine Panini dei calciatori, sperando di trovare nella bustina Gigi Riva, Gianni Rivera o Sandro Mazzola, i più ambiti. Dopo la messa, gelato alla mano, si andava nella villa comunale o si giocava per strada o nei cortili a un’infinità di giochi: nascondino, palla avvelenata, mazz’ e bustik’, la campana, spaccachiangh’, palla a muro, zumb’ cavall’, spacca curlo, ecc. Protagoniste indiscusse erano le biglie, piccole sfere di vetro coloratissime, che bisognava colpire per far cadere nelle buche, appositamente scavate prima; le biglie più ambite erano le “kocis”, tutte bianche con qualche disegno colorato. Chi perdeva in qualsiasi gioco doveva essere sottoposto alla temutissima penitenza che consisteva in “dire, fare, baciare, lettera, testamento” e il bacio era un vero e proprio atto di coraggio.

All’una ognuno tornava a casa, stanco ma contento. Il cellulare non esisteva, al suo posto c’era la mamma che dal balcone gridava: «Vieni su, è pronto!». Sulla tavola non dovevano mancare i troccoli al sugo, le polpette, le braciole e, per chi se lo poteva permettere, “le paste”, i dolci della domenica, che di solito venivano comprate prima di pranzo al Sottozero o al bar Catalano.

Ricordi che fanno sorridere e pensare quanto le cose siano cambiate, ricordi che riportano alla mente mattine spensierate in cui la nostra città, con i suoi colori, i suoi giardini e i suoi viali era lo sfondo perfetto per una domenica all’insegna dell’allegria e soprattutto della semplicità.

 

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