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Peppino il coadiutore

Ritorna la nostra rubrica su storie ed aneddoti foggiani. A cura di Ettore Braglia

Quando arriverà il giudizio universale, e il Padre Eterno, ritto sulla cima di una montagna, farà suonare gli angeli, le lunghe trombe d’argento, ai fini squilli tutte le anime dei trapassati che affolleranno la valle di Giosafatte, si alzeranno in piedi.  Di nuovo a suonare e tutte torneranno a sedere.

Si alzino tutti i parricidi; subito si leverà in piedi una folla; si alzino gli usurai, gli spergiuri, gli avari, gli incestuosi, e così di seguito.

Finito l’appello generale e gli Angeli daranno fiato alle loro trombe e la valle rientrerà nel più profondo silenzio. Allora il Padre Eterno, con voce tonante ordinerà: si levino in piedi tutti quelli che nella loro vita si appropriano della roba altrui.

Si assisterà a uno spettacolo mai visto e unico al mondo. Si sentirà un rumore impressionante e pauroso, poiché tutti, indistintamente le anime, nessuna eccettuata si alzerà per ascoltare la loro sentenza.

Questa è la dimostrazione chiara che il mondo è composto per la totalità da ladri…

Con una ricchezza di particolari di volta in volta la favola era raccontata dal balbuziente Peppino Troisi di professione “coadiutore del fratello cavadenti e fabbricante di cinti erniari che penzoloni disponeva dietro le vetrine di un pianterreno di Foggia del palazzo Filiasi a Corso Garibaldi.

Su Peppino se ne raccontavano tante che facevano sbellicare dalle risate le private conversazioni; specialmente quando capitava in una delle tante comitive che di sera in tempi in cui il cinema non esisteva, si raccoglievano nel retrobottega delle farmacie e dei negozi per la consueta partita a tressette e relative cenette.

Peppino quando il fratello si accingeva a cavare un dente fungeva da assistente; come i tirapiedi col boia perché essendo ignorata l’anestesia, per rendere immobile il paziente aveva l’incarico di tenerlo stretto alla poltrona allacciata dalle sue braccia muscolose.

Delle volte, in suo aiuto accorreva una delle sue sorelle.

Nel pomeriggio le due zitellone, imbellettate e incipriate con alte pettinature, rigidamente impettite, come statue di cera, si godevano, dietro le vetrine dalle quali pendevano i cinti erniari, il passeggio.

Curiosi come tutti i ragazzi che passavano varie volte sui marciapiedi per ammirare due delle “quattro stagioni” com’erano chiamate i germani.

Ricordi infantili, rimasti sempre vivi nella nostra mente, che non ci hanno abbandonati nemmeno dopo i tanti anni trascorsi e dal travaglio di onesta vita senza pace della vecchia e bella Foggia.

A cura di Ettore Braglia

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