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L’anno del cibo italiano ai tempi di Federico II di Svevia

In occasione dell’ “Anno del Cibo italiano”, presso il Museo Nazionale Archeologico di Manfredonia, venerdì 7 settembre, ha avuto luogo il  convegno “Il cibo ai tempi di Federico II e di suo figlio Manfredi”.

Il programma del convegno  è stato introdotto dal direttore del Museo, con un discorso su  “Il cibo come identità culturale nel Medioevo”, soffermandosi sull’importanza della dimensione del cibo nell’antichità anche in funzione terapeutica e curativa: “gli elementi filosofici del medico Galeno, acqua, aria, fuoco, terra..” ha spiegato de Biase “divennero principi culinari per definire il temperamento degli individui. Essere ciò che si mangia. Ad esempio la carne arrosto, considerata calda e umida, utile per alleviare i sintomi dell’impotenza era vietata a coloro che conducevano una vita monastica, prediligendo cibi freddi e secchi”. Agli inizi del 1200, infatti, uomini e donne, mangiavano nello stesso piatto.. si potrebbe pensare a rustici taglieri ricchi di salumi e formaggi, ma in realtà tutto era particolarmente raffinato e decorato: fiaccole e lanterne sacralizzavano il momento ufficiale del pasto, soprattutto in contesti solenni, luoghi ufficiali e formali come la coorte federiciana. La plebe, invece, aveva il privilegio di mangiare verdure cotte a vapore insieme alla carne e ad un buon vino proveniente dalla Grecia per un massimo di tre volte a settimana, soprattutto d’inverno. Come si potrà immaginare, Federico II di Svevia amava riunirsi in eleganti ed intellettuali convivi, circondandosi di donne prestigiose e colti letterati. La bellezza in ogni aspetto tra arte, musica, letteratura ed architettura e natura poiché anche boschi e campagne la battuta di caccia diveniva  teatro di sacralità amena: s’immagini il Gargano e il Bosco dell’Incoronata.

Nel corso della conferenza, relatori Pasquale Favia, Professore presso l’Università degli Studi di Foggia, e Vincenzo Valenzano, ricercatore presso l’Università degli Studi di Foggia, hanno approfondito rispettivamente su l’”Archeologia e storia dell’alimentazione in età sveva” e “La ceramica e l’alimentazione nella Capitanata bassomedievale”. Pasquale Favia ha focalizzato il suo discorso sulle consuetudini e sulle pratiche alimentari dell’epoca sveva con  riferimento al “Liber Coquina”. Lepri, allodole allo spiedo e volatili come polli, fagiani, falchi e colombi speziati di erbe e miele ed imbottiti di pinoli ed uva passa erano serviti su grandi mense marmoree sorrette da capitelli e ornati da eleganti raffigurazioni geometriche. La coorte imperiale di Foggia aveva una mensa molto simile a quella di Castel Fiorentino (oggi altare maggiore della Cattedrale di Lucera)  in granito bruno del Gargano, lungo circa 4 m e mezzo sorretto da 4 pilastri.  L’imperatore apprezzava anche il mare. Anguille e capitoni del Lago di Lesina furono allevati a Lucera nei canali artificiali nella sua seconda domus. Da qui, le tradizioni culinarie del Natale foggiano.  Del Tavoliere, Federico II di Svevia il pane di crusca condito con finocchietti, rucola, cicoria e cardoncelli; il dolcissimo pane croccante intriso di burro, miele e fiori. L’olio ovviamente era incluso in ogni pietanza. Tuttavia, una delle bevande preferite a quel tempo era l’acqua di calabrice, pianta selvatica del Gargano, una sorta di digestivo che aiutava a disintossicarsi dalle grandi mangiate di cacciagione. Fichi, uva, noci, mele e pere erano accompagnati a provolone, mozzarella e pecorino. Vincenzo Valenzano, infine, ha spiegato le caratteristiche della ceramica, una delle tecniche ed abilità più riconosciute a quel tempo. Ciotole, boccali, piatti e brocche in protomaiolica ed invetriata di ispirazione araba erano un must nelle botteghe pugliesi. Il vasellame era generalmente decorato con motivi vegetali, zoomorfi ed antropomorfi affini ai redoma monoansati marocchini (ceramica rossa) rigorosamente reaDsw9z8zwsainvctlizzati in vetro e smalto. Pregiati oggetti da collezione artistica ed artigianale, degna già allora di essere esposti con grande soddisfazione soprattutto durante i convivi di coorte.

In questo excursus storico,  è stato possibile comprendere come il cibo rappresenti l’identità di un luogo, di un territorio, che vi sia un continuum tra passato e presente. Al termine del convegno il torrione panoramico del Bastione dell’Annunziata è stato luogo ideale dove tutti i visitatori hanno avuto il piacere di degustare alcuni dei prodotti tipici del Bassomedioevo, già ampiamente trattati nella relazione della conferenza ed offerti per l’occasione dalla Tenuta Coppadoro con la partecipazione dell’Associazione Italiana Sommelier. In questo modo, la cucina sveva della Provincia di Foggia è diventata emblema di un atteggiamento di socializzazione richiamando il momento del convivio in cui sono risorti tradizioni e consuetudini tipiche.

 

Fonti: www.stupormundi.it

www.taccuinistorici.it

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