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La cantina di Peppuzzo

Avete mai sentito parlare della "cantina di Peppuzzo"?

Le osterie di Foggia e la cantina di Peppuzzo In ogni centro, abitato, grande o piccolo, capitale di Stato o umile borgata, sono ricordati dei posticini, in cui, fino a poco tempo fa, con pochi soldi si poteva desinare bene; osterie il cui nome resta legato alle cronache locali e che attraverso la rievocazione di un episodio notevole, vengono dai vecchi frequentatori superstiti, rammentate con non poca nostalgia.

Sia nel settentrione sia nel mezzogiorno ve n’erano delle rinomate, qualcuna rimasta conserva ancora la sua antica attrezzatura per l’appetitosa cucina, il buon vino o la specialità di qualche piatto; da quelle emiliane e romagnole, dalle tendine rosse alla vetrina d’ingresso, dove d’inverno sostava la vecchina intenta ad arrostire marroni, alle romane specie di fuori porta dove, tra una fettuccina alla matriciana ed una foglietta di Frascati, si passavano anche i pomeriggi festivi. Foggia nei suoi dintorni, mai ha avuto ritrovi in cui si potesse trascorrere lietamente una giornata di festa; ve ne fu uno antico che ebbe breve durata; Matarrese, che era nei pressi della romita chiesetta di San Lorenzo; frequentatissimo per le varie e ottime qualità dei vini, per cui i venditori di “Faf’e cicere a chi roseche” e “ cum’è salat’e o salatielle” facevano affari d’oro.

A compenso, in alcune vie eccentriche cittadine vi erano posti frequentati dal ceto medio, che ai passatempi attuali preferiva, di sera, l’onesta partita a carte e la gustosa cenetta in compagnia. Le cantine non avranno più il loro uniforme e tipico aspetto paesano, sulla cui porta vi era il caratteristico tino (detto anche tina cioè fetta di botte alta circa trenta centimetri sorretta da tre gambe costituite dal prolungamento delle doghe), sul cui fondo c’erano due o tre grossi imbuti, con altrettanti capaci boccali di terra cotta, protetti da coperchi di zinco o di ottone e un cofanetto di legno contenente le misure.

Accanto al tino non mancava un basso armadio, privo di sportelli sulle cui scansie erano allineati i boccali da uno, due, e mezzo litro, nel quale veniva servito a tavola, il vino ai clienti; sopra l’armadio c’era una robusta cassetta di legno con lucide borchie metalliche, nella quale si depositavano gli incassi della giornata; aprendola, si scorgevano, incollate, le figurine della Madonna dei Sette Veli o dell’Incoronata e dei santi protettori dell’oste; immancabile San Gaetano, Patrono della provvidenza. Agganciato a un battente della porta vi era un piccolo scaffale con i bicchieri e dell’architrave dell’ingresso pendeva il fanale a petrolio o a gas. Sulla parete di faccia dell’entrata campeggiava la figura di pulcinella che con le mani divorava il solito piatto di spaghetti; le pareti erano poi decorate dalle scritte: “credenza è morta”, “ qui si vende a contanti”, “feci la credenza ma perdetti denaro e avventori” ecc. ecc.. In un angolo della sala, separata da un tramezzo e da un banco con alta grata di legno, vi era la cucina, dalle pareti coperte di lucenti stoviglie di rame; lunghe tavole di grezzo abete, fiancheggiate da rustiche e strette panche completavano l’attrezzatura.

Chi frequentava Mariuccia Zingone, nei pressi della Chiesa di Santo Stefano, rinomata per il frizzante vino di Taurasi, dal colore rosso rubino, e preferita da moltissimi impiegati delle pubbliche amministrazioni, serafino Muollo in via Pasquale Fuiani, conosciuta per l’ottima cucina e la grande affettuosa ospitalità che, a somiglianza di Pesenticchio (re dei crocesi), metteva a disposizione dei clienti di riguardo perfino la sua camera privata; Cola De Sanctis in via Santa Maria della Neve; Papone, al Corso Giannone, specialista in gallucci; Tommasino in via Barra, era sicuro di mangiare bene, bere meglio e spendere poco. Pranzetti semplici e casalinghi privi d’ingredienti e di manipolazioni sospette da provocare dolori al ventre, lasciavano soddisfatti gli avventori, anche nella spesa che non superava la lira; minestra o pasta asciutta venti cent; costata di manzo trentacinque cent; due uova in tegame venti cent; pesce fritto o in cassuola venticinque o trenta cent; mezza scamorza arrostita venticinque cent; pane cinque cent; mezzolitro di vino quindici cent; mancia al cameriere dove erano cinque cent.

Oltre queste osterie ce n’era una che raggiunse il massimo della notorietà e dell’affluenza di pubblico: Peppuzzo, che occupava vastissimi locali in Via Manzoni, sfocianti a piazza S. Eligio; era sempre gremita, da mattina a sera, di clientela indigena e di forestieri, molti dei quali malgrado la lontananza della stazione ferroviaria vi accorrevano di proposito. Nelle serate estive, quando l’odore delle agostinelle fritte, fragranti di acqua marina, faceva venire l’acquolina in bocca, le tavole dei numerosi ambienti e all’aperto, non bastavano a occupare gli accorrenti. Nelle sale di Peppuzzo è passata durante i lunghi anni di esercizio gente di ogni rango, attratta dal nome che era garanzia, si recava anche per divertirsi con “inghiuoppe” il guattero dall’abituale testa rasata; un tonto che con le sue comiche battute, destava ilarità generale. Di tutti questi ospitali ambienti, nei quali prevaleva la massima cordialità, così densi di folclore, non esiste più uno; oggi l’avventore va in cerca di luci e di colori; candore di biancheria, luccicare di posateria, profumo di fiori, personale in marsina o giubba bianca e poi fa nulla se esce pelato e con lo stomaco più vuoto di quanto è entrato.

A cura di Ettore Braglia

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