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Il Natale nella centenaria tradizione foggiana

A cura di Ettore Braglia

Il natale era una grande festa di famiglia. Una festa diversa per ogni paese e a Foggia i pastori che svernavano con le loro pecore attorno alla città, puntuali a mezzanotte, facevano la loro apparizione in piazza cattedrale provenienti da via Arpi e Porta Grande.
Era uno spettacolo straordinario: in testa camminavano gli zampognari e poi in fila per due i pastori che portavano i doni a Gesù bambino: agnelli, ricottelle tremolanti per la tenerezza, formaggio e caciocavallo.

Al canto del Christus entravano in chiesa due ali fitte di fedeli per deporre ai piedi del presepe i loro doni.
Ma la festa grande, quella alla quale tutti quanti partecipavano, era la notte prima, quella tra il 23 ed il 24, l’antivigilia.
Era una notte, quella, nella quale nessuno andava a letto.

La città era illuminata a giorno non solo per i lampioni a gas che venivano spenti dai lampionari all’alba come nelle altre notti, ma soprattutto per i lumi ad acetilene che ogni negozio, traboccante di ogni ben di Dio, esponeva come insegna.
Poi c’erano le luci dei castagnari che vendevano nocelle e nocelline, noci e castagne “du prevet”.
E i lumi a petrolio dei pescivendoli.

“U capton Less” “Ciefal e captonn” gridavano in una gara fra loro che si acquietava solo a mattino alto.
Il capitone del lago di Lesina ed il cefalo di lago Varano, erano allora le vere specialità: il piatto della vigilia.
Il sughetto era fatto con le code del capitone.

La parte grossa dell’anguilla veniva arrostita allo spiedo.
Foggia allora aveva un solo mercato a “chiazzetta”, l’attuale piazza mercato.
Questo mercato era riservato ai venditori di frutta e verdura.

Montagne e montagne di verdura: I “cardune” di Lucera, i “fenucchie” “l’acc”, a “scarol”, i “vruccle di rap”.
E poi la frutta: arance e mandarini, mele e pere, meloni della regina, i bianchi cocomeri di Brindisi, le melograne.
Allora si cantava solo “Tu scendi dalle stelle”.
E la gente si accontentava di poco.
Di molto poco…

“Mo vene Natal nun tinem denar facim u litte e ci iame a culcà.
Viene Natale e senza soldi.
Ma non fa niente, dopo il Christus, facciamo il letto per addormentarci.
Questa era la semplicità di allora
Non c’erano alberi di Natale! Il presepe solo il presepe.
Caratteristico era il presepe del prof. Rosiello che faceva in casa.
Prendeva l’intera stanza della sua abitazione in piazza Mercato.
Era una processione di tutti gli alunni di Don Nicola di amici e di gente qualunque, che si alternava in quella casa per vedere il presepio mobile.
Ingegnosa opera di pazienza del prof. Nicola Rosiello alla quale lavorava da un anno all’altro.
Erano sempre in gara fra loro i Cappuccini di Sant’Antonio ed i frati minori di San Pasquale.
Ora c’è la tredicesima e non si arriva ugualmente a tirare avanti.
Meglio allora…concittadini miei…
“ Mo ven Natal nun tinim denar facime u litte e ci iame a culcà”.

A cura di Ettore Braglia

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