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Foggia e le sue antiche “case delle fate”: tra suggestione e storia

Queste case, un tempo abitate dalle prostitute, sono entrate a far parte della nostra tradizione popolare e continuano ad essere oggetto di affascinanti racconti

Storia, racconti, documenti ufficiali e dicerie popolari si intrecciano tra loro e danno vita all’ombra di mistero che circonda la cosiddette “case delle fate” a Foggia. Siamo nell’Ottocento, e a Foggia come in tantissime altre città le denunce per malcostume e soprattutto per meretricio sono all’ordine del giorno.

Nel 1818 l’intendente della Capitanata raccolse da tutti i sindaci della provincia delle vere e proprie” mappe delle meretrici”, un elenco in cui erano segnati i luoghi nei quali queste donne, definite “donne sventurate”, esercitavano il mestiere più antico del mondo. A denunciare le “venditrici di sesso” erano perlopiù semplici cittadini, scandalizzati dalla condotta morale di queste ultime e in particolar modo da quello di una certa “Mamilia”, citata in una delle tante denunce ritrovate tra le carte del fondo di Polizia dell’Archivio di Stato di Foggia.

L’abate Michelangelo Manicone, originario di Vico del Gargano, nel suo libro “La Fisica Appula”, parlando di Foggia, scrive: «Le donne pubbliche, che sono qui confinate in uno stretto vicolo detto Pontescuro, sono forestiere, una o due sono foggiane… ma la deboscia di queste è l’effetto della miseria». Ebbene sì, la miseria rendeva queste donne, diventate “pubbliche” sin da piccole, prive di pudore, senza cibo e capaci di  vedere nel piacere sessuale l’unica soddisfazione rimasta da una vita che le metteva alla gogna giorno dopo giorno.

Non conosciamo con esattezza dove si trovi il vicolo citato da Manicone, forse potrebbe essere l’attuale vicolo S. Giuseppe, considerando che le chiacchiere popolari  indicano l’antico “vicolo delle lucciole” in Via Liceo, raggiungibile da via Manzoni. Qui, nell’Ottocento, vi era il Liceo dei Padri Scolopi, collegio voluto da alcuni gentiluomini foggiani, e dal quale via Liceo prende il suo nome. Vi chiederete cosa accomuni un collegio di frati a delle prostitute, ma proprio in quella caratteristica via, c’erano e ci sono ancora, tante piccole ed antiche case, oggi generalmente abbandonate, che un tempo ospitavano le prostitute che erano solite frequentare quella viuzza, circondata da locande e taverne.

A queste case la nostra tradizione popolare ha dato il nome suggestivo di “case delle fate”. Questo nome risale a due possibili spiegazioni: la prima è quella storica, accertata da diversi documenti che, non solo ci confermano la presenza di meretrici in quelle abitazioni, nelle quali erano solite accendere candele dietro le finestre per segnalare la disponibilità, ma aggiungono che quelle case erano proprietà dei padri Teatini, che nel ‘700 risiedevano nel convento dove poi sarebbe sorto il Liceo dei Padri Scolopi, e che rimproverati dai superiori si giustificarono affermando che non vi erano affittuari più puntuali delle prostitute.

Per chi ama lasciarsi andare alle suggestioni, la seconda spiegazione al nome delle casette di via Liceo, è legata alla tradizione popolare che da sempre racconta della presenza di piccole fate che guizzano con la loro luce da una casa all’altra per proteggere gli abitanti della via, e questo racconto “fantasioso” incontra anche testimonianze più recenti. “L’urije da càse”? Semplici riflessi degli ultimi raggi del sole?

Non ci è dato saperlo, ma forse quando attraverseremo quella via, la nostra curiosità farà da padrona e daremo uno sguardo in più a quelle case disabitate.

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